venerdì 21 aprile 2017

FINGERPOST: indicazioni per... CHARLOTTE BRONTË


C'ho pensato molto e alla fine ho deciso di non dare una scadenza precisa a questa rubrica, ma di presentarvela il giorno del compleanno dello scrittore o della scrittrice di cui parlo nel post. Mi sembra un ottimo modo per onorare la persona che è stata.
Quindi oggi, dato che è il suo compleanno, andiamo a parlare di Charlotte Brontë (21 aprile 1816 - 31 marzo 1855).

Esiste una sua biografia scritta dall'amica e collega Elizabeth Gaskell intitolata La vita di Charlotte Brontë e pubblicato poco dopo la morte dell'autrice, nel 1857. Un ritratto della scrittrice decisamente edulcorato, in cui la Gaskell descrive solo quegli aspetti tranquilli e rispettosi di Charlotte, in modo da renderla più accettabile agli occhi del pubblico vittoriano dell'epoca, salvando così la reputazione dell'amica dall'accusa di "volgarità".
Lyndall Gordon, invece, ha svolto un enorme lavoro di ricerca e approfondimento, e con il suo Charlotte Brontë: Una vita appassionata (Fazi Editore) restituisce ai lettori un'immagine più fedele alla realtà. Sottolineando come Charlotte Brontë vivesse in due modi molto diversi: più pacata e riservata in pubblico; passionale, determinata e schietta nella vita privata.

Una biografia molto chiara e scorrevole, che si legge proprio come un romanzo, e che segue l'intera vita dell'autrice, dagli anni dell'infanzia nella parrocchia di Haworth fino alla morte nel 1855.
Una vita che comincia con grandi lutti: prima la morte prematura della madre nel 1821; e poi la prima esperienza delle tre sorelle maggiori Brontë nel cupo collegio di Cowan Bridge, che fa ammalare di tubercolosi le due sorelle maggiori, Maria e Elizabeth, portandole alla morte poco dopo. Consapevole del fatto di non avere una dote, Charlotte sa che dovrà guadagnarsi da vivere da sola e comincia a frequentare, a 14 anni, la Roe Head School insieme alle sorelle minori, Emily e Anne, per diventare istitutrice; luogo in cui incontra Ellen e Mary, con le quali diventa grande amica per la vita. Durante l'adolescenza instaura un forte legame con il fratello maggiore Branwell, mentre è esclusa dal rapporto esclusivo tra Emily e Anne.
Dopo qualche anno da istitutrice presso una famiglia, Charlotte comincia a sentirsi in trappola e depressa, la sua vita non la soddisfa e decide di andarsene. Parte con la sorella Emily per Bruxelles, dove frequenta il pensionato Heger. Qui si innamora, per la prima volta, del suo insegnante il signor Heger; un amore che ha poche speranze dato che lui è sposato e questa passione non corrisposta porterà la scrittrice a un periodo buio e triste, una volta tornata a casa. Grazie però a questo momento di sconforto Charlotte si dedica alla scrittura e finisce il suo primo romanzo Il professore (interamente ispirato al suo rapporto con Heger), che però viene rifiutato da sei diverse case editrici. Questo non la scoraggia, e mentre accudisce il padre operato ad un occhio e costretto al buio più totale, comincia a scrivere il suo secondo romanzo. In una buia stanza, senza nemmeno una candela a illuminarla, Charlotte scrive Jane Eyre, il suo capolavoro più conosciuto.
Questi primi trent'anni di vita della Brontë sono fondamentali per la sua scrittura, perché lei attinge a piene mani alla propria vita per prendere spunto per le sue storie, e tutti i suoi personaggi più famosi sono ispirati a persone realmente esistite, che hanno avuto un ruolo importante nella propria vita.
In questo periodo le tre sorelle Brontë si avvicinano di più, la scrittura le unisce come mai nella loro vita e tra il 1847 e il 1848 la casa editrice Smith pubblica Jane Eyre, Cime tempestose e Agnes Grey sotto gli pseudonimi di Currer, Ellis e Acton Bell.
Ma la vita non è clemente con la povera Charlotte. Nel settembre 1848 il fratello Branwell muore improvvisamente e Emily muore nel dicembre dello stesso anno per tubercolosi. La malattia si prende anche Anne nel maggio del 1849. Charlotte si immerge completamente nella scrittura e poco dopo pubblica il suo terzo romanzo Shirley.
Nel 1851 comincia un'intensa corrispondenza con George Smith (uno dei suoi editori), che quando si interrompe fa precipitare l'autrice nella depressione, facendola preda dell'esaurimento e dei disturbi fisici ad esso associati. Questo porta Charlotte a scrivere il suo quarto romanzo, Villette, e a riversarci dentro le vicissitudini della sua amicizia con Smith. Il romanzo viene pubblicato nel 1853.
Charlotte sposa Arthur Nicholls (curato della canonica di suo padre) nel 1854, il marito non la incoraggia a terminare il suo quinto romanzo Emma, che rimane incompiuto, e la spinge a bruciare la corrispondenza con l'amica Ellen. Poco dopo il matrimonio Charlotte, incinta, si ammala e muore il 31 marzo 1855 dopo sei settimane di febbre.
Nel 1857 viene pubblicato postumo il primo romanzo di Charlotte Brontë: Il professore.

Un libro da leggere in contemporanea con questa biografia, o subito dopo, è Ma la vita è una battaglia (L'orma editore). Una raccolta accurata e ben fatta, in un formato piccolo e compatto, di alcune delle lettere scritte da Charlotte Brontë.
Le lettere racchiuse in questo libricino (61 pagine) ripercorrono cronologicamente tutta la vita della scrittrice, evidenziando gli avvenimenti più significativi. Costretta spesso all'isolamento, lontano dagli amici, impiegò le lettere per parlare di se stessa e delle sue esperienze. Alcune di questa lettere (e naturalmente anche la biografia) dimostrano come la Brontë si impegnasse non poco per migliorare la condizione della donna in quel periodo, cercando di promuovere un diverso ruolo della donna nella società, più emancipatorio.
Un'occhiata sulla vera personalità di Charlotte e sulla sua evoluzione personale e come scrittrice.
In questa raccolta potrete leggere per intero alcune lettere che vengono menzionate all'interno della biografia scritta da Lyndall Gordon.
Da non perdere la lettera che Charlotte scrive in risposta al poeta Robert Southey, che le aveva intimato di non coltivare il suo sogno di scrittrice, perché questo l'avrebbe distratta dai suoi doveri domestici. Un raro esempio della pungente e sagace ironia che caratterizzava l'autrice.

Con la lettura di questi due libri si può avere un quadro più preciso di chi fosse realmente Charlotte Brontë. Della difficile vita che fu costretta a vivere. Ne emerge l'immagine di una donna forte, indipendente, determinata e passionale, costretta a riservare la sua vera natura per la vita privata, perché non sarebbe stata accettata dalla società vittoriana dell'epoca, considerandola poco femminile e troppo "volgare".
Era indubbiamente una donna moderna, emancipata e fuori dalle convenzioni sociali di quel periodo. Si guadagnava da vivere da sola; aveva deciso di non sposarsi (salvo poi sposarsi per amore poco prima di morire); era incuriosita dall'amore passionale e fisico, più che da quello romantico; era capace di grandi e furiosi scoppi d'ira e non aveva timore nell'esprimere il proprio punto di vista;  era una persona estremamente ironica e sarcastica, caratteristiche che una donna non doveva assolutamente avere; viveva ogni esperienza lasciandosi trasportare dalla passione; e gestiva da se i suoi rapporti con la casa editrice che la pubblicava e i suoi guadagni. Caratteristiche queste che l'allontanavano molto dallo stereotipo di "donna" di quel periodo storico, che la voleva invece timida e silenziosa rinchiusa in casa e intenta solo ai lavori domestici.
Per potersi esprime al meglio, Charlotte ha riversato tutta la sua vita personale e la sua personalità nelle eroine dei suoi romanzi. Donne forti, che sfidano le convenzioni sociali per vivere la vita che vogliono.
Charlotte Brontë ha vissuto una vita tormentata: colpita da molti lutti fin dalla più tenera età; ha vissuto diversi amori non corrisposti; ha combattuto tutta la vita contro la depressione; e preferiva isolarsi in casa, perché sentiva di non essere pienamente accettata dalla società a causa del suo carattere e il suo modo di pensare. Ma non si è mai persa d'animo e ha lottato costantemente contro la depressione e la società, che la voleva diversa da quello che era in realtà, riuscendo a diventare nonostante tutto una delle maggiori scrittrici di lingua inglese del suo tempo.

Oltre al suo capolavoro più celebre Jane Eyre, che ho letto molti anni fa e che mi ha incantata, sono disponibili gli altri tre suoi romanzi (editi recentemente da Fazi Editore) e che devo recuperare al più presto:

  • Il professore, forse la sua opera più acerba essendo il primo romanzo scritto (e l'ultimo pubblicato postumo);
  • Shirley, inserito nel filone del romanzo sociale inglese di inizio Ottocento, che offre spunti di riflessione sul lavoro, sul matrimonio e sulla condizione della donna;
  • Villette, una sorta di romanzo di formazione, che riflette sui dubbi e le scelte che si impongono a ciascuno di noi quando si cerca il proprio posto nel mondo.

In onore del bicentenario della nascita dell'autrice, l'anno scorso Neri Pozza ha pubblicato una raccolta di racconti a cura di Tracy Chevalier intitolata L'ho sposato, lettore mio. Sulle tracce di Charlotte Btontë. Ventuno storie, scritte da altrettante scrittrici inglesi, per celebrare Charlotte Brontë e il suo capolavoro Jane Eyre.
Una collezione di storie d'amore, diversissime per sensibilità, scrittura e intenzioni, che ruotano intorno a una medesima eroina dai mille volti: una donna determinata e coraggiosa, che combatte per vincere i pregiudizi e gli ostacoli della società. E che non ha paura di affermare la propria identità dicendo, a testa alta, con un sorriso affaticato ma fiero: io "l'ho sposato, lettore mio".
Un libro curioso e interessante, che posseggo già nella mia libreria, e al quale dedicherò una lettura a breve, per chiudere in bellezza questo sguardo sulla vita di una delle migliori scrittrici inglesi dell'Ottocento.

martedì 18 aprile 2017

NEVE, CANE, PIEDE di Claudio Morandini

Questo è il libro che ha vinto il Modus legendi di quest'anno (Qui un mio post in cui vi spiego che cos'è). Nella settimana dal 12 al 18 febbraio scorso i lettori sono stati invitata a recarsi in libreria a comprare questo piccolo, ma curato volumetto per fare in modo che entrasse nella classifica di vendite nazionale. E ce l'abbiamo fatta!!
Se non l'avete comprato in quell'occasione, io vi consiglio di prenderlo ora, perché Neve, cane, piede di Claudio Morandini di Exòrma Edizioni è un libro da avere nella propria libreria e non ve ne pentirete.
Oggi per #IndieBBBCafé vi parlo proprio di questo piccolo gioiellino di sole 138 pagine.

Il romanzo è ambientato in un vallone isolato delle Alpi. Vi si aggira un vecchio scontroso e smemorato, Adelmo Farandola, che la solitudine ha reso allucinato: accanto a lui, un cane petulante e chiacchierone che gli fa da spalla comica, qualche altro animale, un giovane guardiacaccia che si preoccupa per lui, poco altro. La vita di Adelmo scorrerebbe scandita dai cambiamenti stagionali, tra estati passate a isolarsi nel bivacco sperduto e inverni di buio e deliri nella baita ricoperta da metri di neve, se un giorno di primavera, nel corso del disgelo, Adelmo non vedesse spuntare un piede umano dal fronte di una delle tante valanghe che si abbattono sulla vallata.
Vi si racconta una vita in montagna fatta di durezza, di fatica, di ferocia anche, senza accomodamenti bucolici. Nell'ambiente immenso, ostile e terribile della montagna, il racconto dell'isolamento dell'uomo, del ripetersi dei suoi gesti e dell'ostinazione dei suoi pensieri è reso dalla descrizione minuziosamente realistica che a volte si carica anche di toni grotteschi e caricaturali, soprattutto nei dialoghi tra uomo e animale, questi ultimi dotati di loquacità assai sviluppata.

Uno stile duro, crudo, essenziale proprio come è la montagna, come si presenta il vallone dove vive il nostro protagonista, Adelmo Farandola. Il modo di scrivere di Claudio Morandini è schietto, chiaro e semplice, non troverete giri di parole o grandi descrizioni. L'autore va dritto al sodo e colpisce il bersaglio. Scene molto vivide, a distanza di tempo dalla lettura ho ancora determinate scene in mente, e non credo mi abbandoneranno molto presto.
Una storia molto breve, che si legge in poco tempo, che ti sconvolge profondamente e ti rimane impressa.

Eppure, lo stile, appare allo stesso tempo delicato e poetico, perché riesce a parlare di argomenti importanti e delicati, come la senilità, la solitudine, la demenza senile, quella confusione che si crea in una mente non più giovane e lucida; senza mai menzionarle, raccontando solo alcuni avvenimenti, senza mai entrare nei particolari, ma instillando una sensazione di tenerezza e compassione nei confronti del protagonista, che si impadronisce del lettore fino all'ultima pagina.
Adelmo Farandola è un uomo misantropo, scorbutico e scostante, per questo vive solo nella baita di un grande vallone di sua proprietà, venendo in contatto con la gente del paese solo quelle due volte l'anno in cui è necessario procurarsi del cibo. Nonostante sia immerso nella più totale solitudine, Morandini inserisce molti personaggi, a volte strani e inusuali, che riempiono perfettamente gli spazi (rimarrete piacevolmente colpiti da questi personaggi). In più Adelmo è un uomo confuso, la sua mente non è più così lucida come un tempo, o forse non lo è mai stata veramente, e questo porta a esilaranti scenette con il cane che gli fa compagnia, veramente divertenti. Ma questa nebbia che lo circonda e non lo fa vedere bene, sarà anche la causa dell'avvenimento finale, quello che farà precipitare tutto.

Alla fine della storia Claudio Morandini ci racconta come è nato Neve, cane, piede. Mentre faceva una camminata su una montagna alpina, si è imbattuto in un uomo anziano in compagnia di un cane, che gli tirava pigne e sassi per farlo allontanare. Chiedendo informazioni in paese sull'uomo, si accorse che attorno a quel povero vecchio c'era una certa aurea di mistero. Questo diede lo spunto per il romanzo e la creazione del protagonista Adelmo Farandola.
Devo ammettere che questa spiegazione da parete dell'autore, all'inizio, ha rotto l'incanto della storia che avevo appena letto; ma poi ha reso ancora più reale, delineato e vivido il personaggio di Adelmo, perché mi ha portato a credere che allora esista veramente un uomo come lui (o molto simile) con una vita vera all'infuori delle pagine scritte. Ha reso tutta la storia molto più veritiera ai miei occhi e questo mi ha colpito ancora di più.

venerdì 14 aprile 2017

LETTERE DA... Enrico VIII


Il libro "Ti amo. Come lo hanno detto gli uomini famosi" continua ad essere una grande risorsa per questa rubrica, che ho aperto un po' così, per riempire i buchi diciamo, ma che vedo apprezzate molto e ne sono veramente felice.
Ogni pagina di questo libro mi fa scoprire un personaggio interessante, che ha fatto grandi cose e compiuto storiche imprese, ma ha anche amato tanto, con tutto il cuore, una donna (o più). Come colui di cui parliamo oggi, che ha fondato addirittura una nuova religione per poter sposare la donna che amava.

Enrico VIII (1491 - 1547) conobbe Anna Bolena nel 1526, mentre era ancora sposato con la prima moglie Caterina d'Aragona. Anna si rifiutava di diventare l'amante del re, così Enrico cercò di convincere il Papa a concedergli l'annullamento del matrimonio. Il Papa rifiutò e, dato che la Chiesa Cattolica di Roma non prevedeva il divorzio, Enrico ruppe ogni rapporto con Roma e fondò la Chesa d'Inghilterra, di cui divenne Capo Supremo.
Dopo sette anni di tumultuose vicissitudini, finalmente la coppia poté sposarsi nel gennaio 1533 e in settembre Anna diede alla luce la figlia Elisabetta (la quale poi diverrà Elisabetta I).
Nel maggio 1536 la regina Anna venne arrestata con l'accusa di aver commesso adulterio con diversi uomini. Giudicata colpevole, venne giustiziata per decapitazione alla Torre di Londra e, nello stesso giorno, il suo matrimonio con Enrico fu dichiarato nullo.
Undici giorni dopo Enrico VIII sposò Jane Seymour, la sola delle sue sei mogli a dargli un figlio maschio che gli sia sopravvissuto, Edoardo VI.

Ad Anna Bolena
Mia amata e amica,
il mio cuore e io ci rimettiamo nelle tue mani e supplichiamo di essere accolti nelle tue grazie, con la speranza che la distanza non possa diminuire il tuo affetto verso di noi, perché ciò accrescerebbe il nostro dolore e sarebbe un gran peccato dal momento che la tua assenza già ne provoca abbastanza, molto più di quanto abbia mai pensato di poter sentire. Questo richiama alla mente un evento astronomico, ovvero che più i poli sono lontano dal sole e più, ciò malgrado, il calore è intenso. Parimenti accade al nostro amore; l'assenza ha posto una distanza tra noi, eppure l'ardore aumenta, almeno da parte mia. Spero sia lo stesso per te e ti assicuro che nel mio caso il tormento dell'assenza è così grande che sarebbe intollerabile se non fosse per la salda speranza del tuo indissolubile affetto per me. Per rammentartene e perché non posso essere di persona in tua presenza, ti mando la cosa che più vi si avvicina, ovvero il mio ritratto inserito in un bracciale, un oggetto che già conosci, desiderando di essere al suo posto quando ti diletterà.
Dalla mano del tuo servitore e amico,
H. R. 

martedì 11 aprile 2017

GLI INSETTI SONO TUTTI A DORMIRE di Valerio Valentini

Questo mio spazio fatto di Appunti vorrei che fosse, oltre a un posto in cui confrontarci sulle nostre letture, anche una specie di vetrina dove scoprire piccole case editrici che propongono prodotti interessanti, che vale la pena prendere in considerazione, ma che purtroppo si conoscono poco a causa del mercato totalmente conquistato dai mostri della grande editoria italiana. Proporre un'alternativa valida a ciò che il mercato propone abitualmente.
Quindi, quando Valerio Valentini, attraverso gli addetti alla comunicazione Ileana e Marco, mi ha proposto di leggere la sua piccola raccolta di racconti, Gli insetti sono tutti a dormire (Edizioni La Gru), ne sono stata molto felice è ho accettato con piacere.


Le storie che si intrecciano tra le pagine di questo libro sono tracce emozionali di uomini e donne colti ad un bivio, in un fermo immagine che racconta ciò che i personaggi scelgono di essere. Tra amore e abbandono, tra conformismo e libertà, tra resistenza e resa, ognuno si aggrapperà alla propria idea di salvezza.
Sono storie di introspezione, di recupero della purezza del sé bambino, di uscita. Una sorta di Dubliners, di cui però Valentini rovescia la paralisi finale ricercando l'evasione dalla soffocante quotidianità.






Una raccolta di racconti brevi, dalla scrittura semplice ma non banale. Valerio Valentini non usa fronzoli o giri di parole, illustra semplicemente la storia che vuole raccontare e in poche righe va dritto al punto, ma spingendo il lettore a riflettere su ciò che ha letto.
Ognuno di questi racconti è un fermo immagine sulla vita di alcune persone. Brevi momenti, della durata di qualche ora o pochi minuti, che si svolgono esattamente prima di una grande decisione o di un avvenimento che cambierà per sempre la situazione, inquadrando i protagonisti in modo perfetto e realistico.

Come tutte le raccolte al loro interno si trovano racconti che possono piacere più di altri, per i motivi più disparati. Anche in questo caso mi è successo, tra questi 27 racconti, alcuni composti da sole poche righe, qualcuno mi è sembrato più riuscito di altri, ma solo per gusto personale.
Ad esempio, il racconto Carciofi che ha saputo toccare corde per me molto sensibili; oppure La pagina dello sport che racconta come tutto può cambiare e andare in frantumi in un attimo, ti distrai un secondo, non presti attenzione, e tutto cambia per sempre; o ancora Tavola calda dove ciò che colpisce è la scelta di narrare la stessa storia da diversi punti di vista, permettendo di avere un quadro più completo sulla situazione; anche il racconto Cattuboli, che ha all'interno la frase gli insetti sono tutti a dormire che da il nome alla raccolta, è carino, un po' malinconico; per arrivare a L'ultimo giorno di Phonola che fa chiudere il libro con un sorriso delicato sulle labbra.

Sono tutti racconti molto veloci da leggere, estremamente scorrevoli, ma che restano in mente per diverso tempo dopo aver terminato la lettura. Il lettore si ritrova a pensare alla vita di queste persone, come è continuata dopo il racconto? che cosa è successo? dove sono ora? Perché la sensazione è proprio quella che siano reali, che esistano veramente e che abbiano una vita vera al di fuori delle pagine.
Forse è stata solo una mia sensazione personale, e non era voluta dall'autore, ma a volte mi è sembrato di ritrovare dei personaggi: cioè personaggi che nei primi racconti facevano solo da sfondo, mi è sembrato di ritrovarli come protagonisti in racconti successivi (non tutti, ma alcuni), ma in momenti diversi della loro vita.
Non so se mi sono spiegata, e ripeto forse è stata semplicemente una mia impressione, ma la cosa mi è piaciuta e mi ha dato un certo senso di continuità.

venerdì 7 aprile 2017

SE ROMA È FATTA A SCALE di Alessandro Mauro

Il nostro #IndieBBBCafè dedica tutto aprile a Exòrma edizioni, che io ho incontrato l'anno scorso a Più Libri Più Liberi a Roma e di cui vi ho parlato in questo post.
Oltre ad alcune mie recensioni, come questa di Se Roma è fatta a scale, per tutto questo mese potrete trovare altri articoli riguardanti questo editore negli altri blog che partecipano al progetto, e più precisamente su LibrAngolo Acuto (dove potere trovare l'intervista a Silvia Bellucci - ufficio stampa della casa editrice), Letture Sconclusionate, Una banda di cefali, Paper MoonTararabundidee e elle con zero.

Le scale mettono in comunicazione un sopra e un sotto, talvolta diversi, qualche volta lontani o addirittura opposti.
Le scale sono spesso un'accelerazione del ritmo urbano, luoghi di transito; magari poco e per niente conosciute, quelle visibili e quelle nascoste, a due passi dalle vie più frequentate o infilate nel verde dei parchi, dal centro alla periferia.
Le scale di Roma sono certamente molte di più di quelle che Alessandro Mauro ci racconta in questo libro, ma non è concepito come una guida e non vuole essere un censimento: questi brevi testi letterari sono sguardi insoliti e geniali sulla città.
Sguardi dal basso o dall'alto di una scalinata, su luoghi storici come Fori Imperiali, via Giulia, Campidoglio, Ara Coeli, ma anche vere e proprie esplorazioni urbane nei quartieri più periferici di Roma.
"Sin dai primi giri, e dai primi testi, è apparso chiaro che andando avanti a scrivere di scale ne sarebbe in qualche modo venuto fuori un discorso su Roma: magari piccolo, e sicuramente parziale, ma inevitabile.
Alla base delle scale c'è la città, sopra pure; le scale stesse, ogni gradino, sono città, e appartengono a tutti. Non si scappa."

Attraverso dei brevi racconti, così si potrebbero concepire questi testi, Alessandro Mauro ci porta alla scoperta di una Roma diversa, particolare, vista da un punto di vista non convenzionale e originale: le scale che salgono e scendono la città eterna.
Brevi racconti leggeri, simpatici, concisi ma accurati, ci illustrano quasi un centinaio di scalinate, piccole e grandi, sparse per tutta Roma fino a toccare anche la periferia.
Si nota un lavoro certosino da parte di Mauro nell'osservare, prima di tutto, questi luoghi (a volte in momenti diversi della giornata), ma anche nel ricercare la storia di questi posti, gli aneddoti correlati e il significato intrinseco che hanno; svelando un'anima diversa della città che si esprime attraverso lunghe scalinate ripide o brevi discese composte da pochi gradini.
Tra settembre 2014 e febbraio 2016 l'autore ha girato per Roma guardando le più grandi e note scalinate e scovando quelle meno conosciute e poco frequentate. Una "missione", la sua, che rispecchia anche tutto il grande amore e rispetto che lui prova verso la sua città, una città bellissima ricca di storia e di passione.

È evidente che questo libro non vuole essere assolutamente una guida turistica, ma sono convinta che possa essere preso come spunto per chi voglia scovare dei luoghi particolari, che non ha mai visto nella grande città; o che voglia vedere alcune delle scale che percorre ogni giorno attraverso gli occhi di Alessandro Mauro, una sorta di nuova visuale sul quotidiano; oppure ancora per chi non conosce bene Roma, come me, che la vede solo da turista e non ci abita, e vuole essere guidato attraverso posti nuovi, curiosi e caratteristici da visitare e ammirare per la prima volta.

Un libro che affascina, richiamando alla memoria luoghi già visti, magari tanto tempo fa, oppure costruendo immagini nella mente di posti ancora da vedere, ma che appaiono magnifici e suggestivi. Un libro da leggere tutto d'un fiato, oppure da consultare ogni tanto per scoprire, volta per volta, un nuovo scorcio in una delle città più belle del mondo.
Il punto di vista cambia che tu sia in cima o ai piedi della scalinata, la percezione è diversa, le sensazioni mutano, ma indubbiamente ciò che vedi, che ti riempie gli occhi, è Roma in tutto il suo splendore.

mercoledì 5 aprile 2017

PESCABOLARIO di Andrea Bersani

Questo divertente manuale di pesca è stato messo in palio, in un Giveaway su Facebook, da Una banda di cefali. Devo ammettere che sono stata spinta a partecipare principalmente per la bellissima copertina... ma avete visto che splendore? Un capolavoro!!
Con mia somma gioia ho vinto io la copia cartacea di questo simpatico libro (accompagnata con un po' di incredulità perché non vinco mai niente!!).
Così ringrazio di cuore tutti i cefali, gente veramente simpatica credetemi, e Edizioni NPE per questo splendido regalo: Pescabolario di Andrea Bersani.


Un vero falso manuale sulla pesca redatto per lemmi in ordine alfabetico non stretto, ma largo quanto le maglie della memoria che ha determinato il fluire dei ricordi.
Tanti ricordi, tante avventure, tante riflessioni (anche serie), ma sempre stemperati dalla vena ironicoumoristica dell'autore.
Autore che ormai vanta più di cinquant'anni di esercizio alieutico, e altrettanti come artista visuale.
Leggete guardate sorridete, magari pescate. Poi.

Andrea Bersani, classe 1955, vive e lavora a Bologna.




Un simpatico "vocabolario" di termini relativi alla pesca che non si prende certo sul serio, anzi, è in grado di far scaturire le prime risate nel lettore già dalle prime pagine, e più precisamente dalla prefazione di Massimo Giacon.
Potrete vedere con piacere che è un'edizione molto curata, fatta molto bene, e arricchita da alcuni disegni simpatici di pesciolini dai grandi occhi a palla e vermi carini.
Naturalmente non essendo un romanzo, ma solo un elenco di voci in ordine alfabetico, si può decidere di leggerlo in due modi: se siete ossessivo-compulsivi come me, lo leggerete tutto di seguito; oppure potete decidere di saltare da una voce all'altra, senza un ordine, magari cercando definizioni che suscitano interesse e curiosità.

Sono più che altro termini tecnici e non della pesca, in ordine alfabetico, a cui sono associati aneddoti divertenti dell'autore e sue personali riflessioni serie e meno serie.
Si parte, naturalmente, dalla A di Amo - e sono rabbrividita leggendo le disavventure che una persona può avere con i vari tipi di amo da pesca - per arrivare infine a Z di Zanzare - inevitabili compagne quando si passa molto tempo in prossimità di uno specchio d'acqua - passando per l'attrezzo cardine di questo sport, cioè la Canna; il Gilet, indumento multi-tasche portato dai pescatori; la Pastura per attirare i pesci a sé; il Sonno perché "chi dorme non piglia pesci", ma anche chi non dorme non è così lucido da prenderne; e anche una serie incredibile di tipi di pesci che io sinceramente ignoravo l'esistenza.

Piccolo aneddoto personale:
mio zio era un appassionato pescatore, aveva tutta l'attrezzatura necessaria comprese delle bellissime esche colorate e gommose che mi appassionavano molto. Un pomeriggio in cui mia nonna era impegnata, e quindi non poteva occuparsi di me, fui costretta ad accompagnare lo zio a pesca. Mentre lui si sistemava sul bordo del fiume ad attendere i pesci, mi fu intimato di sedermi e stare immobile, senza far rumore, altrimenti avrei spaventato i pesci. Oggi capisco benissimo che probabilmente mio zio l'abbia detto per non stare continuamente a controllare cosa facevo e magari evitare anche che mi facessi male (anche lui era poco propenso a trascorrere il pomeriggio con me). Ma non si può obbligare una bambina di sei/sette anni a stare ferma immobile per più di due ore. Dai, non si può!
Non mi sono mai annoiata tanto in tutta la mia vita.
Probabilmente se avessi avuto questo manuale con me all'epoca, il tempo trascorso in riva a quel fiume non mi sarebbe sembrato così lungo e l'esperienza oggi avrebbe un significato diverso per me. Ma in realtà, quel giorno, seduta a terra a contemplare esche di tutti i colori possibili, giurai solennemente che mai e poi mai sarei tornata con mio zio a pescare!!

Sicuramente, grazie a questo divertente manuale che può essere visto anche come una raccolta di racconti brevi con un tema comune, oggi conosco un po' di più questo sport e tutto ciò che vi ruota attorno, che ne fa parte nel bene e nel male. Ma non credo che lo proverò mai. Sono più che sicura che non mi vedrete mai con stivali e canna da pesca, immersa fino alle ginocchia nell'acqua di un fiume in attesa che un pesciolino (sicuramente minuscolo) abbocchi al mio amo (probabilmente anche per via dell'esperienza personale sopra citata).
Continuerò però ad apprezzare moltissimo un'esperienza parallela e complementare alla pesca, ovvero il risultato finale di questa attività: un'ottima e ricca cena di pesce.

venerdì 31 marzo 2017

ABBIAMO SEMPRE VISSUTO NEL CASTELLO di Shirley Jackson

Non sono molto a mio agio con questo genere di letteratura. Quindi per avvicinarmi e prendere confidenza sto facendo dei piccoli passi (come questo piccolo libro). Soprattutto in previsione di ottobre, mese in cui tutte le mie letture saranno di questo genere, e anche peggio, per festeggiare alla fine Halloween.
Mi sono convinta di leggere Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson forte del fatto che non l'avrei letto da sola (perché in queste circostanze ho davvero bisogno di sostegno), ma con il gruppo di lettura di Federica Frezza, su Youtube come Prismatic310 (domenica sera ci sarà la live a riguardo).

La diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo, nella persona del cugino Charles, si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia.
Ma il malessere ci invade via via, disorientandoci.
Anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante di quanto non circoscritto ai "cattivi", ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

Il romanzo L'incendiaria di Stephen King si apre con la dedica: "A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce".
E sembra proprio così. La narrazione appare discreta, delicata e sottotono. Una storia che comincia con toni sommessi e tranquilli, per poi scivolare nell'inquietudine e nell'angoscia. Il fatto che tutto si svolga all'interno della casa da anche un certo senso di claustrofobia.

La scrittura di Shirley Jackson è diretta, senza fronzoli, asciutta, ma che sa trasmettere forti emozioni, senza clamore, senza ostentare, senza appunto alzare la voce.
La prima metà è scorrevole, si legge in fretta e avidamente; mentre la seconda metà trasmette un certo senso di panico e angoscia e mi sono ritrovata a centellinare le pagine che mi mancavano, per non finirlo troppo in fretta, ma anche perché avevo bisogno di fare delle pause. Sì, ve l'ho già detto, sono una fifona e mi lascio impressionare facilmente.

La protagonista, Mary Katherine, è un personaggio curioso e sensibile, con il quale si entra in empatia sin dalle prime pagine. Ha una serie di credenze e superstizioni che sono veramente affascinanti e centrali per lo svolgersi della storia. In più è così protettiva nei confronti della sorella maggiore Constance, capendo i suoi sentimenti e le sue preoccupazioni guardando un semplice gesto, che appare veramente tenera e servizievole. La complicità tra le due sorelle è incredibile e quasi palpabile, possono capirsi solo con uno sguardo, e questo le rilega in un mondo tutto loro "la luna" dove si ritrovano sempre e sono tranquille.
Grazie anche ai siparietti simpatici di zio Julian le situazioni acquistano una parvenza di comicità, ma il grande terribile segreto, che accomuna i tre abitanti della casa, aleggia costantemente in tutto il romanzo e non permette mai di lasciarsi andare a vere e proprie risate, ma più che altro a sorrisi maliziosi.
Il personaggio di Charles, il cugino, è veramente odioso e fastidioso; arriva all'improvviso, si comporta da padrone e a te lettore viene solo da chiederti: "ma questo cosa cavolo vuole?".

In tutto il libro non ci sono dei veri personaggi buoni o cattivi. Ognuno di loro, anche quelli che compaiono solo una volta, sono ambigui e c'è un continuo alternarsi di ruoli.
Il romanzo gioca costantemente sul concetto di male, quella cattiveria che è dentro ognuno di noi, che può portarci a commettere atti indicibili se solo la lasciamo andare.
Tutti i personaggi a un certo punto commettono degli atti cattivi, sleali e vili, per poi tentare di tornare sui propri passi e sistemare le cose. Il fatto che a tutti è concessa una seconda possibilità è fondamentale, non dobbiamo limitare il nostro giudizio a una sola azione commessa da qualcuno, ma guardare oltre e permettergli di migliorare la situazione, anche a modo suo.