venerdì 21 aprile 2017

FINGERPOST: indicazioni per... CHARLOTTE BRONTË


C'ho pensato molto e alla fine ho deciso di non dare una scadenza precisa a questa rubrica, ma di presentarvela il giorno del compleanno dello scrittore o della scrittrice di cui parlo nel post. Mi sembra un ottimo modo per onorare la persona che è stata.
Quindi oggi, dato che è il suo compleanno, andiamo a parlare di Charlotte Brontë (21 aprile 1816 - 31 marzo 1855).

Esiste una sua biografia scritta dall'amica e collega Elizabeth Gaskell intitolata La vita di Charlotte Brontë e pubblicato poco dopo la morte dell'autrice, nel 1857. Un ritratto della scrittrice decisamente edulcorato, in cui la Gaskell descrive solo quegli aspetti tranquilli e rispettosi di Charlotte, in modo da renderla più accettabile agli occhi del pubblico vittoriano dell'epoca, salvando così la reputazione dell'amica dall'accusa di "volgarità".
Lyndall Gordon, invece, ha svolto un enorme lavoro di ricerca e approfondimento, e con il suo Charlotte Brontë: Una vita appassionata (Fazi Editore) restituisce ai lettori un'immagine più fedele alla realtà. Sottolineando come Charlotte Brontë vivesse in due modi molto diversi: più pacata e riservata in pubblico; passionale, determinata e schietta nella vita privata.

Una biografia molto chiara e scorrevole, che si legge proprio come un romanzo, e che segue l'intera vita dell'autrice, dagli anni dell'infanzia nella parrocchia di Haworth fino alla morte nel 1855.
Una vita che comincia con grandi lutti: prima la morte prematura della madre nel 1821; e poi la prima esperienza delle tre sorelle maggiori Brontë nel cupo collegio di Cowan Bridge, che fa ammalare di tubercolosi le due sorelle maggiori, Maria e Elizabeth, portandole alla morte poco dopo. Consapevole del fatto di non avere una dote, Charlotte sa che dovrà guadagnarsi da vivere da sola e comincia a frequentare, a 14 anni, la Roe Head School insieme alle sorelle minori, Emily e Anne, per diventare istitutrice; luogo in cui incontra Ellen e Mary, con le quali diventa grande amica per la vita. Durante l'adolescenza instaura un forte legame con il fratello maggiore Branwell, mentre è esclusa dal rapporto esclusivo tra Emily e Anne.
Dopo qualche anno da istitutrice presso una famiglia, Charlotte comincia a sentirsi in trappola e depressa, la sua vita non la soddisfa e decide di andarsene. Parte con la sorella Emily per Bruxelles, dove frequenta il pensionato Heger. Qui si innamora, per la prima volta, del suo insegnante il signor Heger; un amore che ha poche speranze dato che lui è sposato e questa passione non corrisposta porterà la scrittrice a un periodo buio e triste, una volta tornata a casa. Grazie però a questo momento di sconforto Charlotte si dedica alla scrittura e finisce il suo primo romanzo Il professore (interamente ispirato al suo rapporto con Heger), che però viene rifiutato da sei diverse case editrici. Questo non la scoraggia, e mentre accudisce il padre operato ad un occhio e costretto al buio più totale, comincia a scrivere il suo secondo romanzo. In una buia stanza, senza nemmeno una candela a illuminarla, Charlotte scrive Jane Eyre, il suo capolavoro più conosciuto.
Questi primi trent'anni di vita della Brontë sono fondamentali per la sua scrittura, perché lei attinge a piene mani alla propria vita per prendere spunto per le sue storie, e tutti i suoi personaggi più famosi sono ispirati a persone realmente esistite, che hanno avuto un ruolo importante nella propria vita.
In questo periodo le tre sorelle Brontë si avvicinano di più, la scrittura le unisce come mai nella loro vita e tra il 1847 e il 1848 la casa editrice Smith pubblica Jane Eyre, Cime tempestose e Agnes Grey sotto gli pseudonimi di Currer, Ellis e Acton Bell.
Ma la vita non è clemente con la povera Charlotte. Nel settembre 1848 il fratello Branwell muore improvvisamente e Emily muore nel dicembre dello stesso anno per tubercolosi. La malattia si prende anche Anne nel maggio del 1849. Charlotte si immerge completamente nella scrittura e poco dopo pubblica il suo terzo romanzo Shirley.
Nel 1851 comincia un'intensa corrispondenza con George Smith (uno dei suoi editori), che quando si interrompe fa precipitare l'autrice nella depressione, facendola preda dell'esaurimento e dei disturbi fisici ad esso associati. Questo porta Charlotte a scrivere il suo quarto romanzo, Villette, e a riversarci dentro le vicissitudini della sua amicizia con Smith. Il romanzo viene pubblicato nel 1853.
Charlotte sposa Arthur Nicholls (curato della canonica di suo padre) nel 1854, il marito non la incoraggia a terminare il suo quinto romanzo Emma, che rimane incompiuto, e la spinge a bruciare la corrispondenza con l'amica Ellen. Poco dopo il matrimonio Charlotte, incinta, si ammala e muore il 31 marzo 1855 dopo sei settimane di febbre.
Nel 1857 viene pubblicato postumo il primo romanzo di Charlotte Brontë: Il professore.

Un libro da leggere in contemporanea con questa biografia, o subito dopo, è Ma la vita è una battaglia (L'orma editore). Una raccolta accurata e ben fatta, in un formato piccolo e compatto, di alcune delle lettere scritte da Charlotte Brontë.
Le lettere racchiuse in questo libricino (61 pagine) ripercorrono cronologicamente tutta la vita della scrittrice, evidenziando gli avvenimenti più significativi. Costretta spesso all'isolamento, lontano dagli amici, impiegò le lettere per parlare di se stessa e delle sue esperienze. Alcune di questa lettere (e naturalmente anche la biografia) dimostrano come la Brontë si impegnasse non poco per migliorare la condizione della donna in quel periodo, cercando di promuovere un diverso ruolo della donna nella società, più emancipatorio.
Un'occhiata sulla vera personalità di Charlotte e sulla sua evoluzione personale e come scrittrice.
In questa raccolta potrete leggere per intero alcune lettere che vengono menzionate all'interno della biografia scritta da Lyndall Gordon.
Da non perdere la lettera che Charlotte scrive in risposta al poeta Robert Southey, che le aveva intimato di non coltivare il suo sogno di scrittrice, perché questo l'avrebbe distratta dai suoi doveri domestici. Un raro esempio della pungente e sagace ironia che caratterizzava l'autrice.

Con la lettura di questi due libri si può avere un quadro più preciso di chi fosse realmente Charlotte Brontë. Della difficile vita che fu costretta a vivere. Ne emerge l'immagine di una donna forte, indipendente, determinata e passionale, costretta a riservare la sua vera natura per la vita privata, perché non sarebbe stata accettata dalla società vittoriana dell'epoca, considerandola poco femminile e troppo "volgare".
Era indubbiamente una donna moderna, emancipata e fuori dalle convenzioni sociali di quel periodo. Si guadagnava da vivere da sola; aveva deciso di non sposarsi (salvo poi sposarsi per amore poco prima di morire); era incuriosita dall'amore passionale e fisico, più che da quello romantico; era capace di grandi e furiosi scoppi d'ira e non aveva timore nell'esprimere il proprio punto di vista;  era una persona estremamente ironica e sarcastica, caratteristiche che una donna non doveva assolutamente avere; viveva ogni esperienza lasciandosi trasportare dalla passione; e gestiva da se i suoi rapporti con la casa editrice che la pubblicava e i suoi guadagni. Caratteristiche queste che l'allontanavano molto dallo stereotipo di "donna" di quel periodo storico, che la voleva invece timida e silenziosa rinchiusa in casa e intenta solo ai lavori domestici.
Per potersi esprime al meglio, Charlotte ha riversato tutta la sua vita personale e la sua personalità nelle eroine dei suoi romanzi. Donne forti, che sfidano le convenzioni sociali per vivere la vita che vogliono.
Charlotte Brontë ha vissuto una vita tormentata: colpita da molti lutti fin dalla più tenera età; ha vissuto diversi amori non corrisposti; ha combattuto tutta la vita contro la depressione; e preferiva isolarsi in casa, perché sentiva di non essere pienamente accettata dalla società a causa del suo carattere e il suo modo di pensare. Ma non si è mai persa d'animo e ha lottato costantemente contro la depressione e la società, che la voleva diversa da quello che era in realtà, riuscendo a diventare nonostante tutto una delle maggiori scrittrici di lingua inglese del suo tempo.

Oltre al suo capolavoro più celebre Jane Eyre, che ho letto molti anni fa e che mi ha incantata, sono disponibili gli altri tre suoi romanzi (editi recentemente da Fazi Editore) e che devo recuperare al più presto:

  • Il professore, forse la sua opera più acerba essendo il primo romanzo scritto (e l'ultimo pubblicato postumo);
  • Shirley, inserito nel filone del romanzo sociale inglese di inizio Ottocento, che offre spunti di riflessione sul lavoro, sul matrimonio e sulla condizione della donna;
  • Villette, una sorta di romanzo di formazione, che riflette sui dubbi e le scelte che si impongono a ciascuno di noi quando si cerca il proprio posto nel mondo.

In onore del bicentenario della nascita dell'autrice, l'anno scorso Neri Pozza ha pubblicato una raccolta di racconti a cura di Tracy Chevalier intitolata L'ho sposato, lettore mio. Sulle tracce di Charlotte Btontë. Ventuno storie, scritte da altrettante scrittrici inglesi, per celebrare Charlotte Brontë e il suo capolavoro Jane Eyre.
Una collezione di storie d'amore, diversissime per sensibilità, scrittura e intenzioni, che ruotano intorno a una medesima eroina dai mille volti: una donna determinata e coraggiosa, che combatte per vincere i pregiudizi e gli ostacoli della società. E che non ha paura di affermare la propria identità dicendo, a testa alta, con un sorriso affaticato ma fiero: io "l'ho sposato, lettore mio".
Un libro curioso e interessante, che posseggo già nella mia libreria, e al quale dedicherò una lettura a breve, per chiudere in bellezza questo sguardo sulla vita di una delle migliori scrittrici inglesi dell'Ottocento.

martedì 18 aprile 2017

NEVE, CANE, PIEDE di Claudio Morandini

Questo è il libro che ha vinto il Modus legendi di quest'anno (Qui un mio post in cui vi spiego che cos'è). Nella settimana dal 12 al 18 febbraio scorso i lettori sono stati invitata a recarsi in libreria a comprare questo piccolo, ma curato volumetto per fare in modo che entrasse nella classifica di vendite nazionale. E ce l'abbiamo fatta!!
Se non l'avete comprato in quell'occasione, io vi consiglio di prenderlo ora, perché Neve, cane, piede di Claudio Morandini di Exòrma Edizioni è un libro da avere nella propria libreria e non ve ne pentirete.
Oggi per #IndieBBBCafé vi parlo proprio di questo piccolo gioiellino di sole 138 pagine.

Il romanzo è ambientato in un vallone isolato delle Alpi. Vi si aggira un vecchio scontroso e smemorato, Adelmo Farandola, che la solitudine ha reso allucinato: accanto a lui, un cane petulante e chiacchierone che gli fa da spalla comica, qualche altro animale, un giovane guardiacaccia che si preoccupa per lui, poco altro. La vita di Adelmo scorrerebbe scandita dai cambiamenti stagionali, tra estati passate a isolarsi nel bivacco sperduto e inverni di buio e deliri nella baita ricoperta da metri di neve, se un giorno di primavera, nel corso del disgelo, Adelmo non vedesse spuntare un piede umano dal fronte di una delle tante valanghe che si abbattono sulla vallata.
Vi si racconta una vita in montagna fatta di durezza, di fatica, di ferocia anche, senza accomodamenti bucolici. Nell'ambiente immenso, ostile e terribile della montagna, il racconto dell'isolamento dell'uomo, del ripetersi dei suoi gesti e dell'ostinazione dei suoi pensieri è reso dalla descrizione minuziosamente realistica che a volte si carica anche di toni grotteschi e caricaturali, soprattutto nei dialoghi tra uomo e animale, questi ultimi dotati di loquacità assai sviluppata.

Uno stile duro, crudo, essenziale proprio come è la montagna, come si presenta il vallone dove vive il nostro protagonista, Adelmo Farandola. Il modo di scrivere di Claudio Morandini è schietto, chiaro e semplice, non troverete giri di parole o grandi descrizioni. L'autore va dritto al sodo e colpisce il bersaglio. Scene molto vivide, a distanza di tempo dalla lettura ho ancora determinate scene in mente, e non credo mi abbandoneranno molto presto.
Una storia molto breve, che si legge in poco tempo, che ti sconvolge profondamente e ti rimane impressa.

Eppure, lo stile, appare allo stesso tempo delicato e poetico, perché riesce a parlare di argomenti importanti e delicati, come la senilità, la solitudine, la demenza senile, quella confusione che si crea in una mente non più giovane e lucida; senza mai menzionarle, raccontando solo alcuni avvenimenti, senza mai entrare nei particolari, ma instillando una sensazione di tenerezza e compassione nei confronti del protagonista, che si impadronisce del lettore fino all'ultima pagina.
Adelmo Farandola è un uomo misantropo, scorbutico e scostante, per questo vive solo nella baita di un grande vallone di sua proprietà, venendo in contatto con la gente del paese solo quelle due volte l'anno in cui è necessario procurarsi del cibo. Nonostante sia immerso nella più totale solitudine, Morandini inserisce molti personaggi, a volte strani e inusuali, che riempiono perfettamente gli spazi (rimarrete piacevolmente colpiti da questi personaggi). In più Adelmo è un uomo confuso, la sua mente non è più così lucida come un tempo, o forse non lo è mai stata veramente, e questo porta a esilaranti scenette con il cane che gli fa compagnia, veramente divertenti. Ma questa nebbia che lo circonda e non lo fa vedere bene, sarà anche la causa dell'avvenimento finale, quello che farà precipitare tutto.

Alla fine della storia Claudio Morandini ci racconta come è nato Neve, cane, piede. Mentre faceva una camminata su una montagna alpina, si è imbattuto in un uomo anziano in compagnia di un cane, che gli tirava pigne e sassi per farlo allontanare. Chiedendo informazioni in paese sull'uomo, si accorse che attorno a quel povero vecchio c'era una certa aurea di mistero. Questo diede lo spunto per il romanzo e la creazione del protagonista Adelmo Farandola.
Devo ammettere che questa spiegazione da parete dell'autore, all'inizio, ha rotto l'incanto della storia che avevo appena letto; ma poi ha reso ancora più reale, delineato e vivido il personaggio di Adelmo, perché mi ha portato a credere che allora esista veramente un uomo come lui (o molto simile) con una vita vera all'infuori delle pagine scritte. Ha reso tutta la storia molto più veritiera ai miei occhi e questo mi ha colpito ancora di più.

venerdì 14 aprile 2017

LETTERE DA... Enrico VIII


Il libro "Ti amo. Come lo hanno detto gli uomini famosi" continua ad essere una grande risorsa per questa rubrica, che ho aperto un po' così, per riempire i buchi diciamo, ma che vedo apprezzate molto e ne sono veramente felice.
Ogni pagina di questo libro mi fa scoprire un personaggio interessante, che ha fatto grandi cose e compiuto storiche imprese, ma ha anche amato tanto, con tutto il cuore, una donna (o più). Come colui di cui parliamo oggi, che ha fondato addirittura una nuova religione per poter sposare la donna che amava.

Enrico VIII (1491 - 1547) conobbe Anna Bolena nel 1526, mentre era ancora sposato con la prima moglie Caterina d'Aragona. Anna si rifiutava di diventare l'amante del re, così Enrico cercò di convincere il Papa a concedergli l'annullamento del matrimonio. Il Papa rifiutò e, dato che la Chiesa Cattolica di Roma non prevedeva il divorzio, Enrico ruppe ogni rapporto con Roma e fondò la Chesa d'Inghilterra, di cui divenne Capo Supremo.
Dopo sette anni di tumultuose vicissitudini, finalmente la coppia poté sposarsi nel gennaio 1533 e in settembre Anna diede alla luce la figlia Elisabetta (la quale poi diverrà Elisabetta I).
Nel maggio 1536 la regina Anna venne arrestata con l'accusa di aver commesso adulterio con diversi uomini. Giudicata colpevole, venne giustiziata per decapitazione alla Torre di Londra e, nello stesso giorno, il suo matrimonio con Enrico fu dichiarato nullo.
Undici giorni dopo Enrico VIII sposò Jane Seymour, la sola delle sue sei mogli a dargli un figlio maschio che gli sia sopravvissuto, Edoardo VI.

Ad Anna Bolena
Mia amata e amica,
il mio cuore e io ci rimettiamo nelle tue mani e supplichiamo di essere accolti nelle tue grazie, con la speranza che la distanza non possa diminuire il tuo affetto verso di noi, perché ciò accrescerebbe il nostro dolore e sarebbe un gran peccato dal momento che la tua assenza già ne provoca abbastanza, molto più di quanto abbia mai pensato di poter sentire. Questo richiama alla mente un evento astronomico, ovvero che più i poli sono lontano dal sole e più, ciò malgrado, il calore è intenso. Parimenti accade al nostro amore; l'assenza ha posto una distanza tra noi, eppure l'ardore aumenta, almeno da parte mia. Spero sia lo stesso per te e ti assicuro che nel mio caso il tormento dell'assenza è così grande che sarebbe intollerabile se non fosse per la salda speranza del tuo indissolubile affetto per me. Per rammentartene e perché non posso essere di persona in tua presenza, ti mando la cosa che più vi si avvicina, ovvero il mio ritratto inserito in un bracciale, un oggetto che già conosci, desiderando di essere al suo posto quando ti diletterà.
Dalla mano del tuo servitore e amico,
H. R. 

martedì 11 aprile 2017

GLI INSETTI SONO TUTTI A DORMIRE di Valerio Valentini

Questo mio spazio fatto di Appunti vorrei che fosse, oltre a un posto in cui confrontarci sulle nostre letture, anche una specie di vetrina dove scoprire piccole case editrici che propongono prodotti interessanti, che vale la pena prendere in considerazione, ma che purtroppo si conoscono poco a causa del mercato totalmente conquistato dai mostri della grande editoria italiana. Proporre un'alternativa valida a ciò che il mercato propone abitualmente.
Quindi, quando Valerio Valentini, attraverso gli addetti alla comunicazione Ileana e Marco, mi ha proposto di leggere la sua piccola raccolta di racconti, Gli insetti sono tutti a dormire (Edizioni La Gru), ne sono stata molto felice è ho accettato con piacere.


Le storie che si intrecciano tra le pagine di questo libro sono tracce emozionali di uomini e donne colti ad un bivio, in un fermo immagine che racconta ciò che i personaggi scelgono di essere. Tra amore e abbandono, tra conformismo e libertà, tra resistenza e resa, ognuno si aggrapperà alla propria idea di salvezza.
Sono storie di introspezione, di recupero della purezza del sé bambino, di uscita. Una sorta di Dubliners, di cui però Valentini rovescia la paralisi finale ricercando l'evasione dalla soffocante quotidianità.






Una raccolta di racconti brevi, dalla scrittura semplice ma non banale. Valerio Valentini non usa fronzoli o giri di parole, illustra semplicemente la storia che vuole raccontare e in poche righe va dritto al punto, ma spingendo il lettore a riflettere su ciò che ha letto.
Ognuno di questi racconti è un fermo immagine sulla vita di alcune persone. Brevi momenti, della durata di qualche ora o pochi minuti, che si svolgono esattamente prima di una grande decisione o di un avvenimento che cambierà per sempre la situazione, inquadrando i protagonisti in modo perfetto e realistico.

Come tutte le raccolte al loro interno si trovano racconti che possono piacere più di altri, per i motivi più disparati. Anche in questo caso mi è successo, tra questi 27 racconti, alcuni composti da sole poche righe, qualcuno mi è sembrato più riuscito di altri, ma solo per gusto personale.
Ad esempio, il racconto Carciofi che ha saputo toccare corde per me molto sensibili; oppure La pagina dello sport che racconta come tutto può cambiare e andare in frantumi in un attimo, ti distrai un secondo, non presti attenzione, e tutto cambia per sempre; o ancora Tavola calda dove ciò che colpisce è la scelta di narrare la stessa storia da diversi punti di vista, permettendo di avere un quadro più completo sulla situazione; anche il racconto Cattuboli, che ha all'interno la frase gli insetti sono tutti a dormire che da il nome alla raccolta, è carino, un po' malinconico; per arrivare a L'ultimo giorno di Phonola che fa chiudere il libro con un sorriso delicato sulle labbra.

Sono tutti racconti molto veloci da leggere, estremamente scorrevoli, ma che restano in mente per diverso tempo dopo aver terminato la lettura. Il lettore si ritrova a pensare alla vita di queste persone, come è continuata dopo il racconto? che cosa è successo? dove sono ora? Perché la sensazione è proprio quella che siano reali, che esistano veramente e che abbiano una vita vera al di fuori delle pagine.
Forse è stata solo una mia sensazione personale, e non era voluta dall'autore, ma a volte mi è sembrato di ritrovare dei personaggi: cioè personaggi che nei primi racconti facevano solo da sfondo, mi è sembrato di ritrovarli come protagonisti in racconti successivi (non tutti, ma alcuni), ma in momenti diversi della loro vita.
Non so se mi sono spiegata, e ripeto forse è stata semplicemente una mia impressione, ma la cosa mi è piaciuta e mi ha dato un certo senso di continuità.

venerdì 7 aprile 2017

SE ROMA È FATTA A SCALE di Alessandro Mauro

Il nostro #IndieBBBCafè dedica tutto aprile a Exòrma edizioni, che io ho incontrato l'anno scorso a Più Libri Più Liberi a Roma e di cui vi ho parlato in questo post.
Oltre ad alcune mie recensioni, come questa di Se Roma è fatta a scale, per tutto questo mese potrete trovare altri articoli riguardanti questo editore negli altri blog che partecipano al progetto, e più precisamente su LibrAngolo Acuto (dove potere trovare l'intervista a Silvia Bellucci - ufficio stampa della casa editrice), Letture Sconclusionate, Una banda di cefali, Paper MoonTararabundidee e elle con zero.

Le scale mettono in comunicazione un sopra e un sotto, talvolta diversi, qualche volta lontani o addirittura opposti.
Le scale sono spesso un'accelerazione del ritmo urbano, luoghi di transito; magari poco e per niente conosciute, quelle visibili e quelle nascoste, a due passi dalle vie più frequentate o infilate nel verde dei parchi, dal centro alla periferia.
Le scale di Roma sono certamente molte di più di quelle che Alessandro Mauro ci racconta in questo libro, ma non è concepito come una guida e non vuole essere un censimento: questi brevi testi letterari sono sguardi insoliti e geniali sulla città.
Sguardi dal basso o dall'alto di una scalinata, su luoghi storici come Fori Imperiali, via Giulia, Campidoglio, Ara Coeli, ma anche vere e proprie esplorazioni urbane nei quartieri più periferici di Roma.
"Sin dai primi giri, e dai primi testi, è apparso chiaro che andando avanti a scrivere di scale ne sarebbe in qualche modo venuto fuori un discorso su Roma: magari piccolo, e sicuramente parziale, ma inevitabile.
Alla base delle scale c'è la città, sopra pure; le scale stesse, ogni gradino, sono città, e appartengono a tutti. Non si scappa."

Attraverso dei brevi racconti, così si potrebbero concepire questi testi, Alessandro Mauro ci porta alla scoperta di una Roma diversa, particolare, vista da un punto di vista non convenzionale e originale: le scale che salgono e scendono la città eterna.
Brevi racconti leggeri, simpatici, concisi ma accurati, ci illustrano quasi un centinaio di scalinate, piccole e grandi, sparse per tutta Roma fino a toccare anche la periferia.
Si nota un lavoro certosino da parte di Mauro nell'osservare, prima di tutto, questi luoghi (a volte in momenti diversi della giornata), ma anche nel ricercare la storia di questi posti, gli aneddoti correlati e il significato intrinseco che hanno; svelando un'anima diversa della città che si esprime attraverso lunghe scalinate ripide o brevi discese composte da pochi gradini.
Tra settembre 2014 e febbraio 2016 l'autore ha girato per Roma guardando le più grandi e note scalinate e scovando quelle meno conosciute e poco frequentate. Una "missione", la sua, che rispecchia anche tutto il grande amore e rispetto che lui prova verso la sua città, una città bellissima ricca di storia e di passione.

È evidente che questo libro non vuole essere assolutamente una guida turistica, ma sono convinta che possa essere preso come spunto per chi voglia scovare dei luoghi particolari, che non ha mai visto nella grande città; o che voglia vedere alcune delle scale che percorre ogni giorno attraverso gli occhi di Alessandro Mauro, una sorta di nuova visuale sul quotidiano; oppure ancora per chi non conosce bene Roma, come me, che la vede solo da turista e non ci abita, e vuole essere guidato attraverso posti nuovi, curiosi e caratteristici da visitare e ammirare per la prima volta.

Un libro che affascina, richiamando alla memoria luoghi già visti, magari tanto tempo fa, oppure costruendo immagini nella mente di posti ancora da vedere, ma che appaiono magnifici e suggestivi. Un libro da leggere tutto d'un fiato, oppure da consultare ogni tanto per scoprire, volta per volta, un nuovo scorcio in una delle città più belle del mondo.
Il punto di vista cambia che tu sia in cima o ai piedi della scalinata, la percezione è diversa, le sensazioni mutano, ma indubbiamente ciò che vedi, che ti riempie gli occhi, è Roma in tutto il suo splendore.

mercoledì 5 aprile 2017

PESCABOLARIO di Andrea Bersani

Questo divertente manuale di pesca è stato messo in palio, in un Giveaway su Facebook, da Una banda di cefali. Devo ammettere che sono stata spinta a partecipare principalmente per la bellissima copertina... ma avete visto che splendore? Un capolavoro!!
Con mia somma gioia ho vinto io la copia cartacea di questo simpatico libro (accompagnata con un po' di incredulità perché non vinco mai niente!!).
Così ringrazio di cuore tutti i cefali, gente veramente simpatica credetemi, e Edizioni NPE per questo splendido regalo: Pescabolario di Andrea Bersani.


Un vero falso manuale sulla pesca redatto per lemmi in ordine alfabetico non stretto, ma largo quanto le maglie della memoria che ha determinato il fluire dei ricordi.
Tanti ricordi, tante avventure, tante riflessioni (anche serie), ma sempre stemperati dalla vena ironicoumoristica dell'autore.
Autore che ormai vanta più di cinquant'anni di esercizio alieutico, e altrettanti come artista visuale.
Leggete guardate sorridete, magari pescate. Poi.

Andrea Bersani, classe 1955, vive e lavora a Bologna.




Un simpatico "vocabolario" di termini relativi alla pesca che non si prende certo sul serio, anzi, è in grado di far scaturire le prime risate nel lettore già dalle prime pagine, e più precisamente dalla prefazione di Massimo Giacon.
Potrete vedere con piacere che è un'edizione molto curata, fatta molto bene, e arricchita da alcuni disegni simpatici di pesciolini dai grandi occhi a palla e vermi carini.
Naturalmente non essendo un romanzo, ma solo un elenco di voci in ordine alfabetico, si può decidere di leggerlo in due modi: se siete ossessivo-compulsivi come me, lo leggerete tutto di seguito; oppure potete decidere di saltare da una voce all'altra, senza un ordine, magari cercando definizioni che suscitano interesse e curiosità.

Sono più che altro termini tecnici e non della pesca, in ordine alfabetico, a cui sono associati aneddoti divertenti dell'autore e sue personali riflessioni serie e meno serie.
Si parte, naturalmente, dalla A di Amo - e sono rabbrividita leggendo le disavventure che una persona può avere con i vari tipi di amo da pesca - per arrivare infine a Z di Zanzare - inevitabili compagne quando si passa molto tempo in prossimità di uno specchio d'acqua - passando per l'attrezzo cardine di questo sport, cioè la Canna; il Gilet, indumento multi-tasche portato dai pescatori; la Pastura per attirare i pesci a sé; il Sonno perché "chi dorme non piglia pesci", ma anche chi non dorme non è così lucido da prenderne; e anche una serie incredibile di tipi di pesci che io sinceramente ignoravo l'esistenza.

Piccolo aneddoto personale:
mio zio era un appassionato pescatore, aveva tutta l'attrezzatura necessaria comprese delle bellissime esche colorate e gommose che mi appassionavano molto. Un pomeriggio in cui mia nonna era impegnata, e quindi non poteva occuparsi di me, fui costretta ad accompagnare lo zio a pesca. Mentre lui si sistemava sul bordo del fiume ad attendere i pesci, mi fu intimato di sedermi e stare immobile, senza far rumore, altrimenti avrei spaventato i pesci. Oggi capisco benissimo che probabilmente mio zio l'abbia detto per non stare continuamente a controllare cosa facevo e magari evitare anche che mi facessi male (anche lui era poco propenso a trascorrere il pomeriggio con me). Ma non si può obbligare una bambina di sei/sette anni a stare ferma immobile per più di due ore. Dai, non si può!
Non mi sono mai annoiata tanto in tutta la mia vita.
Probabilmente se avessi avuto questo manuale con me all'epoca, il tempo trascorso in riva a quel fiume non mi sarebbe sembrato così lungo e l'esperienza oggi avrebbe un significato diverso per me. Ma in realtà, quel giorno, seduta a terra a contemplare esche di tutti i colori possibili, giurai solennemente che mai e poi mai sarei tornata con mio zio a pescare!!

Sicuramente, grazie a questo divertente manuale che può essere visto anche come una raccolta di racconti brevi con un tema comune, oggi conosco un po' di più questo sport e tutto ciò che vi ruota attorno, che ne fa parte nel bene e nel male. Ma non credo che lo proverò mai. Sono più che sicura che non mi vedrete mai con stivali e canna da pesca, immersa fino alle ginocchia nell'acqua di un fiume in attesa che un pesciolino (sicuramente minuscolo) abbocchi al mio amo (probabilmente anche per via dell'esperienza personale sopra citata).
Continuerò però ad apprezzare moltissimo un'esperienza parallela e complementare alla pesca, ovvero il risultato finale di questa attività: un'ottima e ricca cena di pesce.

venerdì 31 marzo 2017

ABBIAMO SEMPRE VISSUTO NEL CASTELLO di Shirley Jackson

Non sono molto a mio agio con questo genere di letteratura. Quindi per avvicinarmi e prendere confidenza sto facendo dei piccoli passi (come questo piccolo libro). Soprattutto in previsione di ottobre, mese in cui tutte le mie letture saranno di questo genere, e anche peggio, per festeggiare alla fine Halloween.
Mi sono convinta di leggere Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson forte del fatto che non l'avrei letto da sola (perché in queste circostanze ho davvero bisogno di sostegno), ma con il gruppo di lettura di Federica Frezza, su Youtube come Prismatic310 (domenica sera ci sarà la live a riguardo).

La diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo, nella persona del cugino Charles, si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia.
Ma il malessere ci invade via via, disorientandoci.
Anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante di quanto non circoscritto ai "cattivi", ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

Il romanzo L'incendiaria di Stephen King si apre con la dedica: "A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce".
E sembra proprio così. La narrazione appare discreta, delicata e sottotono. Una storia che comincia con toni sommessi e tranquilli, per poi scivolare nell'inquietudine e nell'angoscia. Il fatto che tutto si svolga all'interno della casa da anche un certo senso di claustrofobia.

La scrittura di Shirley Jackson è diretta, senza fronzoli, asciutta, ma che sa trasmettere forti emozioni, senza clamore, senza ostentare, senza appunto alzare la voce.
La prima metà è scorrevole, si legge in fretta e avidamente; mentre la seconda metà trasmette un certo senso di panico e angoscia e mi sono ritrovata a centellinare le pagine che mi mancavano, per non finirlo troppo in fretta, ma anche perché avevo bisogno di fare delle pause. Sì, ve l'ho già detto, sono una fifona e mi lascio impressionare facilmente.

La protagonista, Mary Katherine, è un personaggio curioso e sensibile, con il quale si entra in empatia sin dalle prime pagine. Ha una serie di credenze e superstizioni che sono veramente affascinanti e centrali per lo svolgersi della storia. In più è così protettiva nei confronti della sorella maggiore Constance, capendo i suoi sentimenti e le sue preoccupazioni guardando un semplice gesto, che appare veramente tenera e servizievole. La complicità tra le due sorelle è incredibile e quasi palpabile, possono capirsi solo con uno sguardo, e questo le rilega in un mondo tutto loro "la luna" dove si ritrovano sempre e sono tranquille.
Grazie anche ai siparietti simpatici di zio Julian le situazioni acquistano una parvenza di comicità, ma il grande terribile segreto, che accomuna i tre abitanti della casa, aleggia costantemente in tutto il romanzo e non permette mai di lasciarsi andare a vere e proprie risate, ma più che altro a sorrisi maliziosi.
Il personaggio di Charles, il cugino, è veramente odioso e fastidioso; arriva all'improvviso, si comporta da padrone e a te lettore viene solo da chiederti: "ma questo cosa cavolo vuole?".

In tutto il libro non ci sono dei veri personaggi buoni o cattivi. Ognuno di loro, anche quelli che compaiono solo una volta, sono ambigui e c'è un continuo alternarsi di ruoli.
Il romanzo gioca costantemente sul concetto di male, quella cattiveria che è dentro ognuno di noi, che può portarci a commettere atti indicibili se solo la lasciamo andare.
Tutti i personaggi a un certo punto commettono degli atti cattivi, sleali e vili, per poi tentare di tornare sui propri passi e sistemare le cose. Il fatto che a tutti è concessa una seconda possibilità è fondamentale, non dobbiamo limitare il nostro giudizio a una sola azione commessa da qualcuno, ma guardare oltre e permettergli di migliorare la situazione, anche a modo suo.

martedì 28 marzo 2017

IO SONO MALALA di Malala Yousafzai

Ci sono diritti acquisiti da noi occidentali da talmente tanto tempo, per i quali non abbiamo combattuto in prima persona, che sono diventati scontati, sottovalutati e di poca importanza. Come il diritto all'istruzione, alla cultura, al sapere. Un diritto che non tutti nel mondo hanno, perché moltissimi bambini e soprattutto bambine non possono studiare e la loro istruzione è ostacolata da vari motivi. Questo comporta adulti analfabeti, che non sono in grado di contrastare dittature, soprusi, ingiustizie, imbrogli e propagande sbagliate e scorrette, proprio perché non posseggono i mezzi per farlo.
È fondamentale dare voce a persone come Malala Yousafzai, che ha subito ingiustizie e soprusi, ma ha alzato la voce per farsi sentire da tutto il mondo e denunciare ciò che non andava nel suo Paese, attraverso questo libro "Io sono Malala".
Uno dei doveri più importanti di noi "privilegiati" è dare più spazio possibile e amplificare la voce di persone come Malala.

Valle dello Swat, Pakistan, 9 ottobre 2012, ore dodici. La scuola è finita, e Malala insieme alle sue compagne è sul vecchio bus che la riporta a casa. All'improvviso un uomo sale a bordo e spara tre proiettili, colpendola in pieno volto e lasciandola in fin di vita. Malala ha appena quindici anni, ma per i talebani è colpevole di aver gridato al mondo fin da piccola il suo desiderio di leggere e studiare. Per questo deve morire.
Ma Malala non muore: la sua guarigione miracolosa sarà l'inizio di un viaggio straordinario dalla remota valle in cui è nata fino all'assemblea generale delle Nazioni Unite. Oggi Malala è il simbolo universale delle donne che combattono per il diritto alla cultura e al sapere, ed è stata la più giovane candidata al Premio Nobel per la Pace.
Questo libro è la storia vera e avvincente come un romanzo della sua vita coraggiosa, un inno alla tolleranza e al diritto all'educazione di tutti i bambini, il racconto appassionato di una voce capace di cambiare il mondo.

Malala racconta con grande affetto e un profondo amore incondizionato il suo Paese, il Pakistan, e più precisamente la sua Valle dello Swat. Una valle stupenda, rigogliosa e pacifica dove lei e le sue amiche andavano a scuola e vivevano una vita tranquilla, come ogni adolescente, prima che arrivassero degli estremisti islamici e cominciassero a vietare e ordinare determinate cose (soprattutto alle donne).
La storia del Pakistan, relativamente recente, è una parte importante e significativa della nostra storia mondiale contemporanea. A racconti e avvenimenti cruciali per la formazione e l'evoluzione di questa nazione complicata, si mescola inevitabilmente la storia personale di Malala e della sua famiglia; e racconta di come tutto è cominciato, di cosa è successo di importante e di come era prima che tutto crollasse, precipitasse. Come una novella Anna Frank, a 11 anni Malala comincia a tenere un diario (ma in linea con i tempi che viviamo, quindi un blog) in cui esprime i suoi pensieri e sentimenti, raccontando com'è la vita sotto le pressioni e le imposizioni dei talebani: una vita dominata dalla paura e dall'ingiustizia.

Malala Yousafzai è un'adolescente che lotta apertamente, in una situazione molto difficile a livello politico, per garantire l'istruzione a tutte le bambine nel suo Paese.
Purtroppo in Pakistan, ancora oggi, molte donne sono analfabete e totalmente dipendenti dagli uomini, Malala, fin da piccola, in tutte le sue interviste a giornali e TV e in tutti i suoi discorsi pubblici di fronte a personaggi illustri ha sempre ribadito l'importante concetto in cui crede fermamente ed è disposta a portare avanti a tutti i costi.
In tutto il libro è spiegata la difficile situazione pakistana e il cambiamento che Malala sogna e spera per la sua popolazione. E nella parte che vi riporto qui sotto è spiegato in modo chiaro il succo di tutta la questione:
"In Pakistan noi abbiamo avuto una donna primo ministro, e a Islamabad avevo incontrato quelle straordinarie donne impegnate nelle professioni, ma resta il fatto che il nostro è un paese in cui quasi tutte le donne dipendono totalmente da un uomo. La direttrice della mia scuola, la signora Maryam, è una donna forte e istruita, ma non può venire al lavoro da sola: deve essere accompagnata dal marito, da un fratello o da un altro parente. In Pakistan, se una donna dice di volere la propria indipendenza, la gente pensa che non voglia più obbedire al padre, ai fratelli o al marito. Ma non è questo il significato della parola. "Indipendenza" significa che vogliamo prendere da sole le decisioni che ci riguardano, che vogliamo essere libere di andare a scuola o al lavoro. Da nessuna parte nel Corano c'è scritto che le donne debbano dipendere da un uomo. Nessuna voce è scesa dal cielo per dirci che ogni donna dovrebbe dare retta a un uomo."
Tutto ciò che Malala ha detto e fatto finora non sarebbe stato possibile se non avesse avuto alle spalle una famiglia che la sosteneva e l'appoggiava in tutto. Molte sue compagne di classe la pensano esattamente come lei e sono convinte che si debba fare qualcosa per cambiare, ma non hanno dei genitori che le supportano e le aiutano.
Quindi una nota di merito va al padre di Malala, Ziauddin, il quale si è impegnato per primo per l'istruzione di tutti nel suo paese, creando una scuola aperta sia a bambini che bambine, portando avanti un ottimo percorso di studi. Prima di tutto è lui il primo attivista, anche politico, della famiglia, un uomo istruito, coraggioso, determinato e amorevole.
Ma anche sua madre, Tor Pekai, è stata importante e fondamentale, mai un personaggio secondario, silenzioso e rinchiuso in casa, ma una donna aperta, generosa, cordiale e rispettosa con tutti ma che non si fa certo mettere i piedi in testa da nessuno, e che sostiene marito e figlia in tutto e per tutto.
Con due esempi così carismatici e incisivi, certo Malala non poteva essere diversa da loro: coraggiosa, determinata, altruista e rispettosa. Lei ha preso esempio e spunto dai suoi straordinari genitori, ma poi ha cominciato a camminare con le proprie gambe, portando avanti il proprio pensiero con determinazione e sicurezza.

Dopo numerose minacce di morte, nell'ottobre del 2012 un talebano sale nel bus che sta portando a casa le ragazze da scuola. Spara tre colpi. Due ragazze vengono ferite lievemente, ma Malala viene colpita gravemente al volto. Quasi non si accorge di ciò che è accaduto, ma da quel momento comincia una lotta tra la vita e la morte che la porterà in tre ospedali diversi del Pakistan e poi in uno a Birmingham, in Inghilterra.
Fortunatamente sopravviverà e tra numerose operazioni e molta riabilitazione, Malala comincerà una nuova vita, una seconda possibilità, in un Paese nuovo (l'Inghilterra), ma anche con una nuova consapevolezza e molto più coraggio e determinazione di prima nel portare avanti la sua idea di un mondo migliore per tutti.

Oggi Malala Yousafzai e la sua famiglia vivono a Birmingham e da quel giorno non sono più tornati in Pakistan, per evitare di essere ancora soggetti di attentati e minacce. Il suo attentatore non è mai stato arrestato. Malala continua a studiare e a essere attiva nei suoi progetti per migliorare la situazione nel suo paese d'origine. Ma il Pakistan le manca immensamente e soprattutto la sua valle.
È stato istituito il Malala Fund, una fondazione che mira a investire denaro in azioni che diano più potere alle comunità locali, sviluppare soluzioni innovative basate su approcci tradizionali e dare a tutti non solo l'alfabetizzazione di base, ma gli strumenti, le idee e le reti che possono aiutare le ragazze a far sentire la loro voce e a creare un domani migliore.
Tutte le informazioni necessarie per contribuire le trovate su www.malalafund.org.

Con la sua storia Malala è un vero esempio di femminismo e una voce in nome e per conto dei milioni di bambine e ragazze in tutto il mondo alle quali è negato il diritto di andare a scuola e di realizzare il loro potenziale.
Questa è la biografia interessante e struggente, di una ragazza speciale che desidera con tutto il cuore di rendere il mondo un posto migliore per tutti, e che si legge in modo scorrevole e appassionante come un romanzo.
C'è un adagio che mi è sempre piaciuto molto, molto significativo, che con le sue poche parole permette di riflettere su come si comporta di solito l'essere umano e come, invece, dovrebbe comportarsi l'umanità intera. Sono rimasta piacevolmente sorpresa di averlo ritrovato in questo libro e ve lo riporto qui sotto, alla fine della mia recensione, in modo che possiate rifletterci e farlo anche un po' vostro:
"Dapprima vennero a cercare i socialisti, e io non dissi niente perché non ero socialista; poi vennero a cercare i sindacalisti, e io non dissi niente perché non ero un sindacalista. Poi vennero a cercare gli ebrei, e io non dissi niente perché non ero ebreo. Poi vennero a cercare i cattolici, e io non dissi niente perché non ero cattolico. Poi vennero a cercare me, e non c'era rimasto nessuno che parlasse in mia difesa."

mercoledì 22 marzo 2017

ROMANZI A PUNTATE: MILDRED PIERCE di James M. Cain


Nel 1941 James M. Cain pubblica questo noir che però si mescola al mélo (melodramma). Mildred Pierce è una donna dal carattere forte, ha un'incredibile capacità di andare dritta allo scopo e un fondato scetticismo nei confronti degli uomini. Molto affine alle tradizionali dark lady che usavano la seduzione per condurre qualsiasi maschio capitasse loro a tiro a forme di distruzione spesso peggiori della morte.
Ma oltre che contro gli uomini, Mildred deve combattere contro la propria figlia, Veda: una creatura subdola e dotata di rara cattiveria.

La casalinga di Glendale, California, Mildred Pierce viene malamente abbandonata dal marito sognatore e inetto Herbert. Per far fronte alle spese di mantenimento delle due figlie e della casa, oltre a vendere le sue squisite torte a vicini e amici, Mildred si ritrova a fare la cameriera in un ristorante vicino a Hollywood, di nascosto dalla figlia maggiore Veda, che considererebbe disonorevole avere una madre che serve il pranzo per sopravvivere. Ma questo la spinge a prendere un decisione molto importante: mettersi in proprio e aprire un piccolo ristorante.
Mentre Mildred si da da fare per trovare il posto giusto e sbrigare tutta la burocrazia che serve per aprire un'attività, incontra Monty, un annoiato uomo dell'alta borghesia americana. Con lui nasce subito una storia fatta più di passione che di veri sentimenti d'amore; che finisce dopo un po' di tempo perché la donna è convinta che Monty stia allontanando la figlia Veda da lei.
In poco tempo il ristorantino di Mildred ha un enorme successo e ben presto l'ex casalinga si ritroverà a gestire ben tre ristoranti e una pasticceria.
Ma il rapporto con Veda, sempre stato turbolento e conflittuale, si deteriora sempre di più fino al momento della rottura inevitabile e clamorosa. Da quel momento Mildred si impegnerà per riallacciare i rapporti con l'amata figlia e per farlo ricorrerà anche a Monty, che ormai detesta ma che le serve per raggiungere il suo scopo, arrivando a sperperare tutto il suo patrimonio e a non curarsi più dei suoi affari.

Questo romanzo parla del grande Sogno Americano. Vicino al luogo in cui i sogni prendono vita (Hollywood), nel periodo della Grande Depressione, in un Paese dove (sembra) tutto è possibile, Mildred lascia il marito inetto e scansafatiche e, ritrovandosi quasi in bancarotta, prende in mano la sua vita e la rivoluziona totalmente: passando da semplice cameriera a proprietaria di diversi ristoranti caratteristici e di grande successo. Vivendo anche una storia scandalosa con il rampollo di una ricca famiglia californiana, ricca di passione e sensualità, ma povera di veri sentimenti.
Potrebbe sembrare la tipica storia di riscatto, di sapersi rialzare da una situazione terribile per arrivare al successo e alla felicità, ma c'è molto di più tra le pagine di questo libro.

È la storia di due donne, la madre Mildred e la figlia Veda, legate tra loro in modo contorto come due alberi costretti a crescere troppo stretti, in cui entrambi cercano la luce, ma si ostacolano a vicenda costantemente.
Mildred prova un amore ossessivo e quasi perverso (passatemi il termine) per Veda. Alla figlia è tutto concesso, è bellissima e talentuosa, per questo merita tutto. Alla morte della figlia minore Ray, Veda diventa l'unico scopo della vita di Mildred, legandola ancora di più alla ragazza e arrivando a ringraziare Dio per averle risparmiato la figlia preferita.
Assolutamente cieca agli sbagli e alle cattiverie della figlia, Mildred è totalmente conquistato dal modo di fare e di essere di Veda, perdonandole qualsiasi cosa.
Dal canto suo Veda possiede una rara cattiveria ed è viziata come poche, vuole tutto e subito puntando i piedi se non lo ottiene. È una di quelle persone che ha bisogno di denigrare e sminuire gli altri per sentirsi superiore, perché non ha altro: non ha talento, né intelligenza; soltanto una grande altezzosità e arroganza. Cosa evidente per tutti, tranne che per Mildred.
Bersaglio preferito di questi attacchi è la madre, che la ragazza ha sempre considerato inferiore a lei, permettendosi di dirle qualsiasi offesa e umiliandola costantemente.

Un punto importante del libro è anche la lotta di classe: un contrasto che si trovava spesso nei romanzi, soprattutto americani, fino a qualche decennio fa. Un continuo confronto tra l'alta borghesia, quei "vecchi ricchi" che hanno un certo patrimonio famigliare che gli permette di non lavorare; e i "nuovi ricchi" che lo sono diventati grazie alle proprie capacità e abilità, come Mildred. Questi ultimi non sono mai considerati all'altezza di chi, invece, è ricco di famiglia.
Per quanto Mildred possa guadagnare, avere diverse proprietà, e avere tanti soldi da permettersi ogni confort e molto di più; verrà sempre disprezzata dall'alta borghesia, guardata dall'alto in basso, perché la sua fortuna deriva dal lavoro, dallo sporcarsi le mani in prima persona, e per quanto rispettabile sia loro la vedranno sempre come una cameriera, una serva.
Ad esempio, anche quando Monty perde tutto il patrimonio di famiglia e si ritrova a farsi mantenere da Mildred, comunque continua a disprezzarla perché lavora. Un ipocrita che approfitta dei soldi della donna per continuare a fare la bella vita e soddisfare i suoi capricci, ma disprezzando da dove arriva quel denaro.

Con Mildred Pierce si affronta una parabola che sale fino al successo più grande e alla felicità, per poi precipitare velocemente verso la disfatta e il baratro più profondo.
E finalmente alla fine, dopo aver sofferto, aver perso tutto ciò che aveva dai ristoranti agli amici alla figlia stessa (ma poi l'ha mai avuta?), dopo aver perso anche la dignità ed essere crollata emotivamente e fisicamente, e dopo l'ultimo tiro mancino di Veda, finalmente Mildred riesce a tagliare quel cordone ombelicale tossico e distruttivo che la legava troppo stretta alla terribile figlia.

Tra marzo e aprile 2011 va in onda negli Stati Uniti (qui in Italia arriverà a ottobre) la mini-serie "Mildred Pierce" in cinque puntate, prodotta da HBO e diretta da Todd Haynes, già regista di un bellissimo film come Lontano dal paradiso del 2002.
Questa versione televisiva vede nel ruolo della protagonista, Mildred, una straordinaria e bellissima Kate Winslet affiancata da Evan Rachel Wood nei panni della terribile Veda e Guy Pearce in quelli di Monty.

La mini-serie è estremamente fedele al libro per scene e ambientazioni, persino alcuni dialoghi possono essere ritrovati parola per parola nel romanzo.
Così bella e curata nei particolari, dalle scenografie ai costumi, dalla fotografia alla musica, che l'ho vista diverse volte (cinque volte) senza mai stancarmene.
Differenze non ce ne sono, tutto scorre esattamente uguale, quindi decidere di leggerlo prima e guardarlo poi, o viceversa, non cambia molto: vi ritroverete davanti praticamente lo stesso prodotto.
Forse nel libro c'è qualche riflessione in più fatta da Mildred, ci viene spiegato meglio ciò che la donna prova o pensa; ma a dire la verità si capisce benissimo anche nella versione televisiva grazie alla bravura di Kate Winslet. La sua mimica facciale è incredibile, è in grado di trasmettere perfettamente ogni emozione e con un solo sguardo riesce a far capire quello che le passa per la testa, o ciò che prova. Per questo è considerata una vera attrice completa, espressiva e straordinariamente convincente in ogni suo ruolo, e questo non fa certo eccezione.
Una nota di merito a Morgan Turner prima e Evan Rachel Wood poi, per aver interpretato il personaggio di Veda Pierce (la prima da bambina e la seconda da ragazza). A causa del carattere capriccioso, subdolo e arrogante di questo personaggio, la sua trasposizione televisiva rischiava di diventare una caricatura, una macchietta quasi comica e ridicola. Invece le due interpreti sono state bravissime nel calcare la mano su alcuni aspetti e smussarne altri, in modo da creare un personaggio fastidioso e odioso proprio come traspare dal libro (se non peggio), la perfetta antagonista di Mildred.

Per chi se lo fosse perso, esiste anche un film tratto dal libro di James M Cain che si intitola "Il romanzo di Mildred" (1945) diretto dal regista Michael Curtiz, con la sceneggiatura di William Faulkner, che valse un Oscar come Miglior Attrice all'affascinante Joan Crawford.
Io non l'ho ancora visto, ma so che in questa trasposizione cinematografica l'aspetto noir della storia è molto più marcato, la Crawford è una vera e letale dark lady, e per amplificare ancora di più il tutto è stato inserito anche un omicidio, che nell'opera originale non c'è.
Mi incuriosisce molto e credo che prima o poi lo vedrò, per farmi un'idea più precisa e confrontarlo con la serie TV della HBO.

venerdì 17 marzo 2017

LETTERE DA...PERSUASIONE di Jane Austen


Persuasione è il mio romanzo preferito di Jane Austen. Sicuramente il suo libro più maturo, forse perché fu l'ultimo scritto, più completo, ricco e significativo (almeno per me).
Puntualmente lo rileggo una volta all'anno, quando ne ho bisogno. Magari quando attraverso un momento di sconforto e tristezza, mi aiuta a risollevarmi e continuare a credere nella bontà e nel coraggio delle persone. Perché Persuasione è un romanzo che parla di seconde possibilità, di coraggio nell'esprimere i propri sentimenti, di autodeterminazione e consapevolezza di sé, di coscienza dei propri desideri, di crescita e di credere che "non è mai troppo tardi".

Persuasione di Jane Austen: Anne si innamora di un giovane ufficiale di Marina, ma su sollecitazione della sua tutrice e di suo padre che ne sottolineano di continuo la mancanza di mezzi, la ragazza a malincuore rompe il fidanzamento. Otto anni dopo però lo rincontra. Amaramente pentitasi del passo compiuto a suo tempo, Anne decide quindi di giocarsi ogni possibilità, diventando così sempre più consapevole dei propri desideri. Ma il capitano Wentworth, sempre gentile e cordiale nei suoi confronti, mantiene un certo distacco e sembra non provare più i sentimenti di un tempo.
Finché un giorno ascolta la conversazione tra Anne e il capitano Harville sull'amore e la sua costanza nel tempo, al termine della quale la ragazza dice: "L'unico privilegio che rivendico al mio sesso è quello di continuare ad amare, quando la vita o la speranza sono finite."
E questa rivelazione, quasi una dichiarazione d'amore eterno, ci porta alla lettera che il capitano Wentworth scrive di getto ad Anne.

Non posso ascoltare oltre in silenzio. Devo parlarti con i mezzi che ho a disposizione. Tu mi trafiggi l'anima. Sono dilaniato fra tormento e speranza. Non dirmi che è troppo tardi, che quei sentimenti così preziosi sono morti per sempre. Mi offro a te ancora una volta, con un cuore che è ancora più tuo di quando lo spezzasti, otto anni e mezzo fa. Non osare sostenere che l'uomo dimentica prima della donna, che il suo amore muore prima. Non ho amato altri che te. Posso essere stato ingiusto, debole e pieno di risentimento, ma mai incostante. Solo per te sono venuto a Bath. Solo per te penso e faccio progetti... Non te ne sei accorta? Possibile che tu non abbia capito i miei desideri? Non avrei lasciato passare nemmeno questi dieci giorni, se avessi potuto leggere i tuoi sentimenti come credo tu debba aver penetrato i miei. Quasi non riesco a scrivere. Ad ogni istante mi arrivano frasi che mi schiantano. Tu abbassi la voce, ma io riconosco i toni di quella voce, distinguo quello che altri non saprebbero decifrare... Anima troppo bella, troppo nobile! Davvero ci rendi giustizia. Credi che possa esserci vero amore e costanza negli uomini. Credilo nel modo più fervente e più inestinguibile in
F. W.
Devo andare, incerto del mio fato; ma tornerò qui o seguirò il tuo gruppo, al più presto. Una parola, uno sguardo solo saranno sufficienti a decidere se metterò piede in casa di tuo padre questa sera, o mai più.

martedì 14 marzo 2017

DALLA PARTE DELLE BAMBINE di Elena Gianini Belotti

Mi ritrovo a parlarvi di un libro evidentemente diverso dal solito: non un romanzo, non una lettura principalmente di svago; ma un saggio accademico, pubblicato la prima volta nel 1973, che porta alla luce un'interessante teoria sull'influenza della cultura che ci circonda, che determina il nostro modo di essere e di concepire la sfera femminile e quella maschile. Una teoria che ha preso sempre più piede negli studi psicologici e che oggi ha forti basi scientifiche, riconosciuta in tutto il mondo e fondamentale per i gender studies.

La tradizionale differenza di carattere tra maschio e femmina non è dovuta a fattori innati, bensì ai condizionamenti culturali che l'individuo subisce nel corso del suo sviluppo.
Questa la tesi appoggiata da Elena Gianini Belotti e confermata dalla sua lunga esperienza educativa con genitori e bambini in età prescolare.
Ma perché solo "dalla parte delle bambine"? Perché questa situazione è tutta a sfavore del sesso femminile. La cultura alla quale apparteniamo - come ogni altra cultura - si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il  comportamento più adeguato ai valori che le preme conservare e trasmettere: fra questi anche il mito della "naturale" superiorità maschile contrapposta alla "naturale" inferiorità femminile.
In realtà non esistono qualità "maschili" e qualità "femminili" ma solo qualità umane. L'operazione di compiere dunque "non è di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene.

A dire la verità non c'è molto di più da aggiungere su questo libro dopo questa spiegazione. Tutto ciò di cui tratta Dalla parte delle bambine è racchiuso in questa semplice, concisa e di immediata comprensione sinossi. Questo è ciò che Elena Gianini Belotti ha studiato e osservato per diversi anni, arrivando a queste conclusioni: il condizionamento culturale al quale ognuno di noi è sottoposto fin dalla più tenera età, fin dalla nascita, influisce il nostro modo di concepire, e di essere, maschi o femmine. L'influenza che tutti noi riceviamo da chi ci sta intorno a partire dalla famiglia, dalle insegnanti della scuola materna ed elementare, per arrivare ad amici e conoscenti, determina il nostro essere uomini o donne e ciò che secondo noi "deve essere" e "deve fare" uno o l'altro sesso.
Purtroppo, ancora oggi, la nostra cultura è principalmente patriarcale in diversi e svariati aspetti e questo ci porta ad avere delle idee distorte e piene di pregiudizi su ciò che deve essere una bambina (ma anche un bambino), sottolineando una certa sottomissione e inferiorità delle donne rispetto agli uomini.

Sicuramente figlio del suo tempo, pubblicato negli anni Settanta, ha al suo interno alcuni stereotipi che all'epoca erano ancora molto presenti, ma che oggi fortunatamente ci siamo lasciati alle spalle. Alcune cose descritte nel saggio sono superate o almeno non sono così marcate come all'epoca, ma molte altre invece sopravvivono ancora oggi e condizionano il nostro modo di essere e agire nella società.
Elena Gianini Belotti ci spiega subito, nelle premesse del saggio, quale sia il fine di questa analisi rivolta alle donne:
"Le critica alle donne contenuta in quest'analisi non vuole essere un atto d'accusa, ma una spinta a prendere coscienza dei condizionamenti subiti e a non trasmetterli a loro volta, e contemporaneamente a rendersi conto che possono modificarli."
Il libro è composto da quattro capitoli che analizzano nel dettaglio, e attraverso svariati esempi osservati direttamente sul campo dall'autrice, le quattro fasi in cui questi condizionamenti sono più forti e incisivi nello sviluppo del bambino e della bambina:

  1. L'attesa del figlio. Come in questo periodo di attesa si cominci già a fare una certa distinzione tra maschi e femmine con la scelta dell'arredamento per la cameretta o la scelta dei vestitini, come ad esempio l'assoluta esclusione del colore rose per i bambini, considerato un colore solo  ed esclusivamente per bambine.
  2. La prima infanzia. Come i bambini imparino molto presto la distinzione tra maschi e femmine e attraverso l'imitazione cerchino di identificarsi al loro genere di appartenenza; affrontando anche la così detta invidia del pene da parte delle bambine.
  3. Il gioco, i giocattoli e la letteratura infantile. Di come ci siano giocattoli "giusti" e "sbagliati" per i vari sessi (ad esempio macchinine per i maschi e bambole per le femmine e non viceversa); per non parlare dei vari tipi di giochi, come quelli di movimento e più attivi che sono più accettati per i bambini di quanto non lo sia per le bambine, che invece dovrebbero preferire giochi più tranquilli e statici. E la letteratura infantile, in cui si evidenzia una maggiore presenza di protagonisti maschili rispetto a quelli femminili.
  4. Le istituzioni scolastiche: la scuola infantile, elementare e media. Evidenziando come anche nelle scuole infantili dove ci si propone in primo luogo di rispettare l'individualità di ogni bambino si finisca per riproporre, a volte senza rendersene conto, i consueti modelli di maschio attivo e direttivo e di femmina passiva e subordinata.

Il fatto che sia un libro principalmente accademico non lo rende noioso e di difficile comprensione. L'autrice l'ha concepito perché fosse alla portata di tutti e fruibile a un vasto pubblico, compresi quelli che non hanno fatto studi riguardanti questo settore. Grazie all'innumerevole quantità di esempi e avvenimenti reali, osservati direttamente dalla Belotti, la lettura è scorrevole e interessante. Da questa lettura piacevole si può naturalmente prendere spunto per diverse riflessioni, ma anche osservare più da vicino e con maggiore consapevolezza quei condizionamenti che ci capita di subire o esprimere durante la nostra quotidianità; in modo da prenderne atto e poterli modificare come suggerito dall'autrice stessa.
Come già spiegato all'inizio, non è un comportamento che si attua solo con le bambine, ma anche i maschi sono sottoposti a condizionamenti, pressioni e influenze che li portano ad attuare un determinato modo di essere considerato idoneo al loro sesso. Non permettendo nemmeno a loro di essere e fare ciò che veramente vogliono.

Vi lascio con una riflessione sulla parità e l'uguaglianza tra i sessi, che Elena Gianini Belotti fa proprio all'inizio del libro, ma che io preferisco metterla qui, alla fine della mia recensione, per spingervi a riflettere e spero che queste parole risuonino dentro di voi come hanno fatto dentro di me:
"Non può esistere un colloquio autentico tra persone che stiano tra loro in posizione da dominante a dominato, occorre che si sentano pari. Così anche l'uomo, per ascoltare quello che la donna ha da dire su se stessa, deve sentirla uguale a sé. Ma se l'uomo avesse voglia di ascoltare quello che le donne hanno da dire su se stesse, gran parte dei problemi tra i sessi sarebbe già risolta, cosa che è ben lontana dall'essere vera."

venerdì 10 marzo 2017

ALLE FANCIULLE E ALLE FIGLIE DEL POPOLO di Anna Maria Mozzoni

Voglio continuare con questi libretti di Caravan Edizioni, perché sono veramente veloci da leggere, curati e interessantissimi, ma soprattutto mi hanno fatto conoscere delle figure importantissime per quanto riguarda il femminismo e l'emancipazione delle donne in generale.
Donne intelligenti e coraggiose, che tutti dovremmo conoscere e prendere a esempio.
Vi ho già parlato di Elizabeth Stanton e Lucretia Mott e la loro Dichiarazione dei sentimenti, ora è il momento della lettera di Anna Maria Mozzoni.

Nel 1884 Anna Maria Mozzoni scrive l'opuscolo Alle fanciulle, diviso nei due capitoli: Alle fanciulle che studiano e Alle figlie del popolo. Poche pagine dove spiega alle giovani, qualunque sia la loro condizione sociale, perché sia fondamentale per il benessere delle generazioni a venire impegnarsi nella battaglia emancipazionista e più in generale per il riconoscimento e la tutela dei diritti dei più deboli di fronte a quello Stato, l'Italia, appena nato.
Sono le donne, madri anche di quegli uomini che le opprimeranno, a dover combattere unite per una società equa.

Anna Maria Mozzoni nasce nella provincia lombarda nel 1837, da una famiglia colta e nobile per parte di madre. Il padre era studioso di fisica e la madre fu colei "che l'educò al libero pensiero".
Di quell'unità d'Italia, che lei visse in prima persona, non ne fu soddisfatta a pieno. Proveniva dalla Lombardia, territorio dell'Impero asburgico, a cui le riforme dell'Imperatrice Maria Terese avevano contribuito alla riforma del catasto, all'istruzione elementare impartita teoricamente anche dalle maestre, alla razionalizzazione dell'agricoltura, a un minimo diritto di voto per le donne possidenti che sceglievano i propri amministratori. Insomma, l'impero asburgico aveva avuto dei meriti, mentre l'unità significò per le donne del Lombardo Veneto un parziale regresso.

Già più di 150 anni fa, Mozzoni lottava per una società più equa, per la parità dei sessi, per l'emancipazione femminile e non solo attraverso questa lettera Alle fanciulle e alle figlie del popolo, ma anche con l'opera La donna e i suoi rapporti sociali (1864) in cui evidenziava le pessime condizioni delle operaie e delle lavoratrici in generale; pubblicò nel 1865 La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano rivendicando il diritto di voto amministrativo e politico delle donne; tradusse The Subjection of Women, del filosofo liberale inglese John Stuart Mill, diventato la Bibbia dell'emancipazionismo e del suffraggismo; collaborò a La donna di Padova, uno dei primi giornali all'avanguardia nella lotta per i diritti delle donne; e nel 1878 pronunciò il discorso inaugurale al Congresso Internazionale per i diritti delle donne a Parigi.

Una donna molto impegnata nel difendere i suoi ideali, i valori in cui credeva e denunciare i tanti limiti imposti alle donne in quegli anni. Una vera e propria combattente che spese più di quarant'anni della sua vita a lottare perché le donne fossero più considerate e ottenessero di più in diversi campi, dal lavoro, alla famiglia, alla sfera politica.
Oggi, nel 2017, molti traguardi sono stati raggiunti e lasciati alle nostre spalle, ma non  bisogna dimenticarli e soprattutto non bisogna dimenticare le innumerevoli donne, come Anna Maria Mozzoni, che hanno permesso tutto ciò; che si sono impegnate negli anni per ottenere quei diritti che a volte noi diamo per scontati.

Molto importante per lei era l'istruzione: gran parte del discorso fatto in  Alle fanciulle e alle figlie del popolo sta proprio nello spingere le ragazze a studiare, a costruirsi un'istruzione e a farla valere.
Ma nella sua lunga carriera da attivista c'era anche un altro punto per lei molto importante, quello delle lavoratrici. Operaie, contadine, maestre tutte sottovalutate, sfruttate e sottopagate, che venivano considerate molto inferiori agli uomini.
Una battaglia lunga più di 150 anni, in parte molto attuale, perché ancora oggi non c'è parità tra i sessi nell'ambito lavorativo: a parità di lavoro, una donna viene ancora pagata meno e più si sale nella gerarchia aziendale e meno donne si trovano.
Ci sono ancora delle lotte da portare avanti e dei traguardi da raggiungere per tutte noi donne, una di queste riguarda sicuramente più diritti nell'ambito lavorativo.
Vi lascio con una frase premonitrice di Anna Maria Mozzoni, che si trova all'interno di questo saggio, e che spero vi porterà a riflettere sulla situazione:
Operaie, non chiedete tutela, esigete giustizia.

martedì 7 marzo 2017

DOVREMMO ESSERE TUTTI FEMMINISTI di Chimamanda Ngozi Adichie

Domani è la Festa della Donna, 8 marzo, e per l'occasione voglio consigliarvi questo piccolissimo libricino, un libro di appena quaranta pagine, che potrete leggere tranquillamente mentre aspettate che bolla l'acqua per la pasta, ma che al suo interno racchiude un messaggio importantissimo per tutti, perché dovremmo essere TUTTI femministi.

Questo saggio è la versione rivista di un intervento che Chimamanda Ngozi Adichie ha tenuto nel dicembre 2012 alla TEDXEuston Conference, un incontro annuale dedicato all'Africa in cui oratori provenienti da varie discipline pronunciano brevi discorsi con l'obiettivo di scuotere e ispirare un pubblico formato da africani e amici dell'Africa.

Chimamanda Ngozi Adichie è nata in Nigeria nel 1977 e ha studiato negli Stati Uniti. Già vincitrice di importanti premi con L'ibisco viola e Metà di un sole giallo, con Americanah ha conquistato la critica aggiudicandosi il National Book Critics Circle Award 2013 e giungendo tra le finaliste del Baileys Women's Prize for Fiction 2014.

In un discorso fluido, scorrevole, a tratti divertente, e per nulla prolisso o noioso, in cui Adichie cerca di spiegare, e far capire il più chiaramente possibile, cosa voglia dire essere una donna oggi. Attingendo molto spesso alla sua vita privata, portando ad esempio alcuni degli avvenimenti accaduti personalmente. Tre assolutamente eloquenti e significativi:
  • Quando alle elementari prese il voto più alto della classe in un compito e per questo aveva l'opportunità di diventare capoclasse, come aveva promesso la maestra; ma poi, la stessa maestra, le disse che il capoclasse doveva essere un maschio. Lo aveva dato per scontato.
  • Oppure quando, entrando in uno dei migliori alberghi della Nigeria, fu fermata dalla guardia che le chiese come si chiamava l'uomo che aspettava. Perché se una donna nigeriana entra in un albergo da sola, è una prostituta, non può essere assolutamente un'ospite che paga la propria stanza. Se un uomo entra nello stesso albergo, non viene fermato.
  • O ancora come le fu fatto notare che la rabbia non si addice a una donna. Se sei una donna, non ci si aspetta che tu esprima rabbia, perché è minacciosa
Nel suo saggio tocca molti punti importanti, per spiegare come nel nuovo Millennio ancora non si sia arrivati a uno stato di parità tra uomini e donne. Basti pensare alla maggior parte dei posti di potere e di prestigio che sono occupati da uomini, perché più si sale nella scalata al successo e meno donne si trovano.
Di come si sbagli ad insegnare alle ragazze a preoccuparsi di cosa pensano i ragazzi, a spingerle a competere tra loro per un uomo e per chi è la più bella, invece di sostenerle ad essere loro stesse e a competere per essere qualcuno nel mondo. Ci preoccupiamo a insegnare alle ragazze a non essere aggressive, toste o arrabbiate, perché non sta bene. Dall'altra parte però sbagliamo anche a educare i maschi. Con un idea ristretta e stereotipata di virilità, a cui diamo un'importanza spropositata, soffochiamo l'umanità e la sensibilità dell'uomo, che si ritrova rinchiuso in un modo di essere che magari non gli appartiene fino in fondo, invece di lasciarlo libero di esprimersi come vuole.

Ma femministi si nasce o si diventa? Per Chimamanda Ngozi Adichie probabilmente il femminismo è venuto naturale, fin da bambina lo era, da quando il suo migliore amico le disse "Sei proprio una femminista", e lei tacque perché ancora non sapeva cosa volesse dire quella parola; per poi arrivare a definirsi ironicamente "una Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini e Che Ama Mettere il Rossetto e i Tacchi Alti Per Sé e Non Per Gli Uomini".
Per altri invece è diverso, è forse più difficile, ma femministi lo si può diventare. Basta riflettere accuratamente, anche grazie a questo libricino, sul ruolo di svantaggio che questa società riserva alla donna. Anche se sono stati fatti molti passi avanti dal secolo scorso, ancora non siamo arrivati a un livello di parità che gioverebbe a tutti, anche agli uomini, e non solo alle donne.

Questo piccolo libro, con le sue potenti parole all'interno porta una ventata di aria fresca a un femminismo stantio e visto attraverso numerosi stereotipi inutili e dannosi. Apre la strada a una definizione del termine più giusta e includente, per il XXI secolo:
"Femminista è una persona che crede nell'eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi."
Ma allora perché si parla ancora di femminismo? E non più in generale di diritti umani?
È la stessa autrice a rispondere: "Perché non sarebbe onesto. Il femminismo è ovviamente legato al tema dei diritti umani, ma scegliere di usare un'espressione vaga come quella, vuol dire negare la specificità del problema del genere. Vorrebbe dire tacere che le donne sono state escluse per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema del genere riguarda le donne, la condizione dell'essere umano donna, e non dell'essere umano in generale."

È importante che ognuno di noi legga questo piccolissimo libro, è importante quello che troverete tra le sue pagine, ed è importante ciò che porterete con voi.
Voglio lasciarvi con una frase che a me ha fatto riflettere molto, la frase con cui Chimamanda Ngozi Adichie chiude il suo discorso, la frase da cui può partire una riflessione costruttiva per cambiare un punto di vista:
"La cultura non fa le persone. Sono le persone che fanno la cultura. Se è vero che la piena umanità delle donne non fa parte della nostra cultura, allora possiamo e dobbiamo far sì che lo diventi."


Come l'anno scorso che, nei giorni precedenti la Festa della Donna, uscì nelle sale cinematografiche "Suffragette" (che se non avete visto, è il momento di recuperare); anche quest'anno, in questi giorni, potrete andare a vedere un'altro film che parla di femminismo e parità: "Il diritto di contare".
La storia, fino poco tempo fa sconosciuta, delle donne nere che lavorarono alla Nasa e che, attraverso i loro calcoli e le loro capacità, contribuirono a mandare l'uomo nello spazio. Un film su donne forti, tenaci, in un epoca in cui essere donne e nere voleva dire valere meno di zero; e che con caparbietà hanno lottato e combattuto piccole battaglie giornaliere: dei piccoli passi per delle donne capaci, dei grandi passi per l'uguaglianza e l'integrazione.

venerdì 3 marzo 2017

DICHIARAZIONE DEI SENTIMENTI (e risoluzioni) di Elizabeth Stanton e Lucretia Mott

Dato che a marzo c'è la Festa della Donna, ho deciso di dedicare tutto il mese a letture sulle donne e più precisamente sul femminismo: che cos'è; come è nato; chi coinvolge; e perché è così importante ancora oggi.
È un termine bistrattato, erroneamente a volte coincide con "odiamo tutti gli uomini, le donne vengono prima di tutti e tutto". Ma in realtà femminismo vuol dire semplicemente parità di genere, nessuno è superiore a nessun'altro e si tratta sostanzialmente di lottare perché tutti, minoranze etniche/religiose/di orientamento sessuale comprese, uomini e donne, possano arrivare a una completa parità di diritti.
Importante è capire da dove nasce questa corrente, questo pensiero, e per questo ci viene in aiuto un libricino piccolo, ma potente, che si intitola "Dichiarazione dei sentimenti", pubblicato nella collana Segnavia di Caravan Edizioni.

A casa di Jenny Hunt, durante un tè tra amiche, Elizabeth Stanton, Lucretia Mott e Martha Wright parlarono della condizione della donna in quegli anni. Era il 1848, l'America stava dando vita ai primi tumulti contro la segregazione razziale e le donne cominciavano a muoversi per poter avere più diritti, tra cui quello più importante per l'epoca, e cioè il diritto al voto.
Tra una chiacchiera e una tazza di tè, queste quattro donne nemmeno si accorsero di aver dato il via a un fenomeno che avrebbe rivoluzionato la condizione della donna negli anni a venire e che continua tutt'ora a raggiungere traguardi importantissimi per tutte le donne del mondo.
Prima che scendesse la notte, Elizabeth Stanton e Lucretia Mott misero per iscritto quella che passò alla storia come la "Dichiarazione dei sentimenti": un manifesto, rivolto a tutti gli uomini, che in poche parole dichiarava che le donne si erano stufate di non essere ascoltate e di essere considerate inferiori agli uomini, elencando tutte le situazioni in cui le donne non avevano diritti, ma solo doveri nei confronti degli uomini; per poi mettere per iscritto le loro condizioni e i cambiamenti che avrebbero voluto vedere, ad esempio:

  • che la donna è uguale all'uomo
  • che le donne devono essere messe al corrente delle leggi che le governano
  • che lo stesso grado di virtù, delicatezza e raffinatezza del comportamento richiesto alla donna nella società dovrebbe essere richiesto anche all'uomo, e che le stesse trasgressioni vengano valutate con equa severità nei confronti degli uomini e delle donne
  • che l'uguaglianza dei diritti umani deriva necessariamente dal fatto che la razza umana è una nelle capacità e nelle responsabilità
  • che è dovere delle donne di assicurarsi il proprio sacro diritto al voto elettorale

Divenne il primo manifesto del femminismo americano, specchio di un movimento per i diritti civili e politici delle donne. Fu letto per la prima volta, di fronte a una numerosa folla, dalle due firmatarie in persona il 18 luglio 1848.
Da quel momento il movimento si diffuse molto rapidamente: per la prima volta le donne venivano messe al centro, non più considerata solo figlie, mogli e madri, ma persona dotate di coscienza e autonome, cui spettavano gli stessi diritti degli uomini.

Il movimenti prese il via da donne bianche, del ceto medio, ben informate sugli eventi, intelligenti e coraggiose. Considerate privilegiate rispetto ad una grande fetta del paese che viveva di poco e niente e a persone, prevalentemente nere, che erano ancora considerati schiave dell'uomo bianco. Nonostante questo, loro presero coscienza della loro situazione e combatterono per i diritti delle donne e il suffragio, ma al tempo stesso si impegnarono anche molto per il movimento abolizionista, unendo le forze per poter ottenere di più, potendo contare su un reciproco sostegno.

Il femminismo americano, che nacque da questa dichiarazione, era diverso da quello che contemporaneamente nasceva in Europa. Le quattro amiche, e tutte le abolizioniste e suffragiste statunitensi, avevano formato la loro identità politica sui documenti delle rivoluzionarie francesi e delle rivendicazioniste inglesi, come Mary Astell e Mary Wollstonecraft.
Anche la preponderanza del protestantesimo rendeva la società statunitense molto diversa da quella europea e questo si rifletteva non solo sul lessico e sul simbolico, ma anche sul ruolo concreto delle donne nella società.
Nella Francia del 1848, le donne della corrente del socialismo utopista di Robert Owen e Charles Fourier parlavano del lavoro femminile in termini di diritto e di equità sociale e retributiva, oltre che di parità giuridica, di voto e di divorzio.
Mentre in Europa si sviluppavano i femminismi socialista, utopista e marxista, in America nasceva il femminismo liberale, diventato uno dei principali filoni del femminismo ottocentesco.

Un piccolissimo saggio, che si legge in un ora al massimo, che racchiude una accurata e dettagliata introduzione di Maria Paola Fiorensoli intitolata "Come prendere un tè e fondare il movimento femminista liberale", dove racconta la storia di come è nato tutto: da quel tè tra amiche, fino alla morte delle due donne da cui è partito questo movimento, passando per le vicende in Europa (francesi, inglesi e italiane), per i movimenti abolizionisti di metà Ottocento e per la loro prima Convenzione sui diritti delle donne.
Di seguito all'introduzione, viene riportata l'intera Dichiarazione dei sentimenti e le Risoluzioni scritte e firmate da Elizabeth Stanton, Lucretia Mott, Martha Wright e Mary Ann McClintock.

Quattro semplici donne che hanno dato vita a un movimento che è vivo ancora oggi, considerato dannoso e poco utile solo perché spesso frainteso nelle sue intenzioni e principi. Ma se ci informiamo in modo adeguato e capiamo cosa c'è alle spalle di questo femminismo, capiremo che è indispensabile sorreggere questo modo di pensare ancora oggi, perché tantissima strada è stata fatta da donne coraggiose e forti, ma tanta altra strada è ancora da fare e oggi tocca a noi.

venerdì 24 febbraio 2017

IL SIGNORE DEI PORCELLI di Dentiblù

Io ho una sorta di amore incondizionato per Tolkien, la sua Terra di Mezzo e soprattutto per Il Signore degli Anelli. Questo fumetto parodistico proprio su quest'opera tolkieniana l'avevo visto molto tempo fa, spulciando un po' l'internet in cerca di nuovi suggerimenti di lettura. Non mi ero mai convinta a prenderlo, principalmente perché non è un genere a me consono, finché non l'ho trovato a Roma durante Più Libri Più Liberi, e così ho deciso che era arrivato il momento di provare qualcosa di nuovo.

Il cinghiale Zannablù ha l'Unico Anello, rubato scorrettamente a Follum, e ora lo deve portare a Porkor e gettarlo nel Monte Fatto per distruggerlo. Dato che c'è lo sciopero degli autobus, Zannablù è costretto a incamminarsi lungo il Vecchio Sentiero. Lungo il suo viaggio sarà aiutato, a fasi alterne, dal saggio Gandolfo; alloggerà "Al Puledro Spennato"; incontrerà Elfond, un maiale sempre affamato; e dato che la "Compagnia dell'Anello" sta mettendo in atto uno sciopero contro Elfond, Zannablù partirà alla volta di Porkor con una comitiva di turisti dalla contea di Giapphon, che saranno fondamentali, alla fine, per distrarre Pauron, l'Oscuro Signore.
Il doppio volume include la riedizione a colori di "Zannablù non deve morire": episodio in cui il nostro eroe... muore. Ma niente paura, si troverà a contrattare direttamente coi piani alti per avere una serie di chance per rimettersi in carreggiata fra i comuni mortali.

"Il Signore dei Porcelli" è la prima parodia di casa Dentiblù, nata nel lontano 2003, e oggi si ripresenta ai lettori restaurata e colorata, con qualche scena rivista o aggiunta.
Zannablù Gold accosta alla storia parodistica del titolo, storie a soggetto originale con protagonista Zannablù e il suo mondo. Quando ho incontrato l'autrice a Più Libri Più Liberi, oltre a farmi un bellissimo disegno con dedica all'interno della copertina, mi ha detto che questa storiella, "Zannablù non deve morire", è sicuramente la sua preferita, la più divertente che abbia scritto e che ancora sorride quando la rilegge.

Una breve parodia de "Il Signore degli Anelli" divertente e leggera, pochissime pagine che si leggono veramente in poco tempo, nelle vesti di un albo a fumetti.
Sì, io li chiamo fumetti. Sarà per la mia poca dimestichezza con questo genere, o per il fatto che sono anziana (se non tanto all'esterno, sicuramente all'interno), ma il termine "fumetto" mi sembra il più adatto. Se avete da ridire, se preferite chiamarli in altro modo, o se volete spiegarmi la differenza dei vari termini esistenti, vi invito a scrivermi nei commenti.
Personaggio preferito assolutamente Gandolfo. Sono morta dal ridere ogni volta che cadeva e sembrava morire in modo tragico, urlando "Fuggite sciocchi!!" per poi ritornare sempre "al mutare della marea". Veramente esilarante.

Se mi seguite da un po', sapete benissimo che io non leggo fumetti o graphic novel, non ne ho mai recensiti nel mio spazio e sono decisamente fuori dalla mia zona di confort letterario. Ma mi sono resa conto che questo è un genere che mi piace molto. Le parodie, o comunque i fumetti comici, rientrano perfettamente nei miei gusti, sono ideali da inserire tra una lettura e l'altra, per staccare e farsi due risate rilassanti ogni tanto.

Ho fatto bene a seguire le preferenze del mio cuore, scegliendo "Il Signore dei Porcelli" come prima esperienza per avvicinarmi alle opere di Edizioni Dentiblù. Dopo questa piacevolissima e divertente lettura, sono certa che se mi capiterà ne comprerà altri di questi fumetti.
Ho già messo gli occhi sulla parodia di "Harry Potter", che è una delle loro prime opere e quella che mi tentava molto a Roma durante Più Libri Più Liberi. Ho dovuto costringermi a scegliere un solo albo da portare a casa, perché non mi andava di comprare due fumetti, essendo io un a che non legge fumetti, e se poi non mi fossero piaciuti? Fortunatamente questa storia mi ha conquistata a pieno e quindi la prossima volta ne comprerò altre.
In più, ho visto che recentemente hanno fatto anche la parodia di "Stranger Things" che non posso certo farmi scappare visto quanto mi è piaciuta la serie TV. E voi l'avete vista la prima stagione su Netflix? Se la risposta è no, andate subito a recuperarla perché è stupenda.